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	<title>Caritas Pisa &#187; richiedenti asilo</title>
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		<title>&#8220;L&#8217;accoglienza di profughi e richiedenti asilo: opportunità, limiti e prospettive&#8221;. Il documento di Caritas Pisa divulgato per la Giornata Mondiale del 20 giugno</title>
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		<pubDate>Fri, 19 Jun 2015 09:25:42 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Interveniamo sulla c.d. “emergenza profughi” perché ci coinvolge direttamente come Caritas Diocesana, organismo della Chiesa Pisana per la pastorale della Carità, già impegnata nell&#8217;accoglienza di undici persone in fuga da guerre e situazioni di conflitto e reale rischio per la propria incolumità ormai e perché incontriamo e incrociamo le loro storie anche al Centro d&#8217;Ascolto ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Interveniamo sulla <strong>c.d. “emergenza profughi”</strong> perché <strong>ci coinvolge direttamente</strong> come Caritas Diocesana, organismo della Chiesa Pisana per la pastorale della Carità, già impegnata nell&#8217;accoglienza di undici persone in fuga da guerre e situazioni di conflitto e reale rischio per la propria incolumità ormai e perché incontriamo e incrociamo le loro storie anche al Centro d&#8217;Ascolto piuttosto che alla Cittadella della Solidarietà e negli altri servizi di prossimità ai più poveri.</p>
<p>Interveniamo certo anche sollecitati dalla discussione internazionale sulla protezione dei rifugiati e dei richiedenti asilo, convinti che ci sia bisogno di una <strong>maggiore corresponsabilità e condivisione da parte degli Stati membri dell&#8217;Unione Europea</strong> non solo per quanto riguarda le operazioni di sicurezza contro scafisti e “barconi”, ma anche per quel che concerne le politiche e gli interventi d&#8217;accoglienza. E, altresì, sicuri, che l&#8217;Ue debba “ottemperare ai suoi obblighi internazionali per la protezione dei diritti umani alle sue frontiere esterne, incluse le operazioni di ricerca e salvataggio che, come ha dimostrato l&#8217;operazione “Mare Nostrum”, sono in grado di salvare migliaia di vite umane” come recitano anche le raccomandazioni di Anci, Caritas, Migrantes, Sprar e Acnur.</p>
<p>Interveniamo pure perché convinti della necessità di pervenire quanto prima ad una legge organica sull&#8217;asilo in modo da superare i limiti della mancata sistematizzazione della materia da cui derivano prassi difformi sul territorio nazionale per quanto riguarda il riconoscimento di una serie di diritti quali, ad esempio, l&#8217;iscrizione al servizio sanitario o all&#8217;anagrafe, l&#8217;accesso ai servizi sociali, la possibilità di presentare domanda di alloggi popolari e gli strumenti d&#8217;inserimento nel mondo del lavoro.</p>
<p>Soprattutto, però, prendiamo parola <strong>dopo esserci interrogati su quel che possiamo fare qui e ora</strong> e su quel che sarebbe necessario fare per assicurare un&#8217;accoglienza dignitosa ai profughi e ai richiedenti asilo che già sono da noi, a Pisa e in Toscana, e a quelli che sicuramente arriveranno nei prossimi giorni, settimane e mesi tenendo sempre ben presenti le situazioni di difficoltà e disagio che riguardano anche tanti cittadini residenti. E&#8217; chiaro, infatti, che per noi, espressione di una Chiesa al servizio degli ultimi, non c&#8217;è alternativa all&#8217;accoglienza e poiché è in questa direzione che si stanno muovendo tanto le autorità nazionali che quelle regionali e locali, riteniamo utile offrire il nostro punto di vista.</p>
<p><strong>1.Oltre la logica dell&#8217;emergenza.</strong> Quasi 63mila migranti sbarcati nel 2011, 43mila nel 2013, addirittura 170mila l&#8217;anno scorso e otto mila solo nei primi di due mesi del 2015, il 43% in più rispetto al primo bimestre del 2014. Sono numeri significativi che raccontano, non di un&#8217;invasione, ma di un fenomeno che è ormai strutturale da qualche anno a questa parte, e che spiegano di per sé la necessità di superare un approccio emergenziale: il modello organizzativo fortemente centralizzato nelle mani del Ministero dell&#8217;Interno e delle Prefetture, infatti, è idoneo per emergenze e fenomeni anche acuti ma limitati nel tempo; meno, invece, per gestire un flusso ininterrotto e crescente di persone in fuga da guerre, conflitti e situazioni di grave pericolo. Al riguardo, quindi, fermo restando il coordinamento da parte del Governo e delle sue emanazioni territoriali, riteniamo sia fondamentale l&#8217;attivazione di una cabina di regia e processi decisionali il più vicino possibile al territorio e quantomeno di livello regionale prevedendo comunque un forte coinvolgimento degli enti locali e delle realtà dell&#8217;associazionismo e del terzo settore presenti sul territorio e che hanno esperienza e competenza in materia.</p>
<p><strong>2.Accoglienza diffusa nel territorio.</strong> In tal senso è condivisibile quel modello di accoglienza diffusa nel territorio promosso e praticato in Toscana negli ultimi anni, attraverso l&#8217;inserimento di piccoli nuclei di migranti nei nostri quartieri e paesi. Un approccio che oggi è “sfidato” dai numeri crescenti dei flussi in arrivo e che, per funzionare, ha bisogno della corresponsabilità e condivisione anche di quei centri che, finora, non sono stati coinvolti nella gestione dell&#8217;accoglienza: la loro partecipazione diviene fondamentale per continuare a praticare quell&#8217;accoglienza diffusa nel territorio regionale che potrebbe davvero fungere da modello e buona prassi a livello nazionale a patto che, almeno a nostro parere, sia accompagnata da alcune fondamentali attenzioni.</p>
<p><strong>3.La mediazione con il territorio.</strong> Fra queste, sicuramente, il consenso della comunità che accoglie e l&#8217;attivazione delle sue risorse, che diviene condizione necessaria, anche se non sufficiente, per il buon esito dell&#8217;accoglienza: per questo giudichiamo positivamente gli ultimi orientamenti della “cabina di regia” istituita presso la Prefettura di Pisa che prevede l&#8217;assenso dei Sindaci dei Comuni interessati quale “conditio sine qua non” per l&#8217;attivazione dei percorsi di presa in carico dei profughi e dei richiedenti asilo.</p>
<p><strong>4. La logica della corresponsabilità.</strong> Tale decisione, peraltro, non fa altro che accrescere le responsabilità delle istituzioni più vicine ai cittadini: se, infatti, finisse per incentivare atteggiamenti di chiusura o scarsa accondiscendenza nei confronti degli interventi d&#8217;accoglienza, la conseguenza sarebbe quella di veder fallire quel modello di c.d. “accoglienza diffusa” a parole, almeo in Toscana, sostenuto da tutti. Muoversi secondo una seria logica di corresponsibiltà a nostro parere è condizione necessaria, anche se non sufficiente, per gestire quel modello dell&#8217;accoglienza diffusa promosso nella nostra Regione.</p>
<p>5. <strong>Volontariato civico per i migranti accolti.</strong> Sotto questo profilo suggeriamo anche di coinvolgere i migranti ospitati in esperienze di volontariato civico a favore delle comunità d&#8217;accoglienza le quali, molto spesso, sono esse stesse alle prese con le difficoltà e i disagi provocati dalla crisi, problemi meno dolorosi di quelli vissuti dai profughi ma, comprensibilmente, percepiti spesso in modo molto acuto dalle famiglie: ecco perché, quindi, è importante che coloro che si sono assunti la responsabilità dell&#8217;accoglienza possano cogliere nelle persone ospitate non solo l&#8217;adempimento di un dovere di umanità, o peggio ancora un fardello, ma anche un&#8217;opportunità e una risposta ad alcuni bisogni, piccoli o grandi che siano, delle loro comunità e di chi le abita. Specie nella prima fase, i sei mesi successivi alla presentazione della domanda di protezione internazionale durante i quali non è consentito lavorare riteniamo che esperienze di servizio del genere possono anche costituire tappe importanti nel percorso d&#8217;integrazione del richiedente asilo.</p>
<p><strong>6. Fare “parti disuguali fra uguali è un&#8217;ingiustizia”.</strong> In questo momento in Italia ci sono circa 67mila immigrati accolti in strutture d&#8217;accoglienza: 21mila di essi si trovano nei centri SPRAR, il Sistema di Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati, che è stato notevolmente potenziato negli ultimi due anni (passando dei 3mila posti d&#8217;inizio 2013 ai 20mila circa previsti per il biennio 2014-16), in cui lavorano operatori con competenze specifiche spesso maturate in anni d&#8217;esperienza e che prevede misure di orientamento e accompagnamento legale e sociale, la costruzione di percorsi individuali di inclusione e inserimento sociale ed economico mediante corsi di lingua italiana, istruzione degli adulti, iscrizione a scuola dei minorenni, accompagnamento ai servizi socio-sanitari e interventi di informazione legale. I restanti 47mila migranti, invece, si distribuiscono fra i vari Centri di Primo Soccorso e Accoglienza (CPSA), Centri d&#8217;Accoglienza (CDA) e Centri d&#8217;accoglienza per richiedenti asilo (CARA), in cui fino a febbraio scorso erano ospitate 9.500 persone, e soprattutto le altre strutture temporanee d&#8217;accoglienza allestite nei mesi per far fronte all&#8217;emergenza in cui, sempre fino a due mesi e mezzo fa, si trovavano 37mila migranti. I percorsi d&#8217;accompagnamento e le opportunità di coloro che si trovano nei Cpsa, Cda o Carae quelle offerte agli altri ospitati nelle strutture temporanee non sono le stesse dei migranti che, invece, sono accolti nel sistema SPRAR, il quale assicura un sostegno continuativo e prolungato nel tempo, finalizzato all&#8217;inclusione sociale. Ed è solo il caso, ossia la disponibilità di posti, che decide se un richiedente asilo finisce in un sistema o nell&#8217;altro. E&#8217; senz&#8217;altro vero, come scriveva don Milani, che “fare parti uguali fra disuguali è la più grande ingiustizia”, ma lo è altrettanto fare parti diseguali fra uguali. Questo doppio binario d&#8217;accoglienza, scaturito soltanto dalla difficoltà di gestione dell&#8217;emergenza e che non trova giustificazione alcuna nelle condizioni delle persone accolte, deve necessariamente essere sanato con provvedimenti a livello nazionale.</p>
<p><strong>7. Standard unitari d&#8217;accoglienza.</strong> In tal senso facciamo nostra la richiesta contenuta nel Rapporto 2014 sulla “Protezione internazionale in Italia” curato da ANCI, Caritas, Migrantes, SPRAR e ACNUR, in cui raccomanda di prevedere “standard unici in ogni contesto d&#8217;accoglienza, strutturale o straordinaria che sia a partire dalle linee guida dello SPRAR costruite nel corso degli anni dal basso, con il fondamentale contributo” di chi opera nei territori.</p>
<p><strong>8. Dare continuità ai percorsi d&#8217;inserimento.</strong> Chi arriva in Italia con i barconi ha spesso vissuto esperienze di sradicamento molto traumatiche. Diversamente da quanto capitato anche nelle ultime settimane, sarebbe quindi auspicabile che il percorso d&#8217;accoglienza e d&#8217;inclusione sociale potesse svolgersi prevalentemente nel medesimo contesto, evitando ulteriori spostamenti e trasferimenti, specie se il migrante ha già iniziato a stringere rapporti con la comunità d&#8217;accoglienza. Abbandonare il paese o la città in cui si vive, ad esempio, da due o tre mesi, piuttosto che separarsi da amici, parenti e compagni di “sventura” senza alcuna spiegazione o giustificazione se non quella di doversi spostare per fare posto ad altri, infatti, spesso si traduce in un ulteriore piccolo trauma, difficile da contenere.</p>
<p><strong>9. La necessità di operatori competenti.</strong> La gestione di numeri consistenti di persone che hanno alle spalle vissuti molto traumatici non è affatto cosa semplice e richiede competenze specifiche e personale preparato. Le buone intenzioni di chi accoglie, se non supportate e accompagnate da saperi e conoscenze, rischiano d&#8217;innescare situazioni difficili da gestire: la sola collocazione presso strutture alberghiere o enti pubblici e privati non competenti o distanti da questi temi può rischiare di peggiore non solo le condizioni delle persone accolte, ma anche quelle dei territori ospitanti. Beninteso, a scanso di equivoci precisiamo che non si tratta di tarpare le ali agli slanci di generosità e alla volontà di tanti ben intenzionati: si tratta piuttosto di valorizzare e tutelare tali slanci assicurando loro i supporti e sostegni necessari per gestire percorsi spesso piuttosto complessi.</p>
<p><strong>10. Il monitoraggio costante degli interventi d&#8217;accoglienza.</strong> Altresì fondamentale è il monitoraggio costante e capillare degli interventi d&#8217;accoglienza, finalizzato tanto a verificare sia le modalità d&#8217;accoglienza effettivamente praticate, con particolare attenzione al rispetto dei diritti umani e alla promozione di reali percorsi d&#8217;inserimento nel nuovo contesto, sia gli aspetti gestionali e contabili, onde accertare che le somme erogate siano effettivamente destinate ai soggetti e alle attività previste. Procedure di controllo rigorose e frequenti da parte dei soggetti pubblici cui è affidato il coordinamento delle strategie d&#8217;accoglienza (ad oggi Governo e Prefetture con il coinvolgimento delle Regioni) sono necessarie per far emergere immediatamete casi di gravi abusi e violazioni che vanno a svantaggio in primo luogo dei soggetti accolti, ma anche della grande maggioranza di soggetti del terzo settore e del volontariato, quasi sempre seriamente impegnati nella gestione di percorsi d&#8217;accoglienza genuini e, spesso, anche efficaci.</p>
<p>Per quanto ci riguarda, come comunità ecclesiale pisana e soggetto impegnato nell&#8217;accoglienza,<strong> c&#8217;impegniamo a fare nostri questi principi, praticandoli e sostenendoli</strong> negli interventi che ci riguardano direttamente e anche nel dibattito pubblico sul tema dell&#8217;accoglienza. Auspichiamo, al riguardo, un coinvolgimento della comunità cristiana pisana ancora più forte, i<strong>nvitando le parrocchie</strong> che hanno disponibilità<strong> a mettere a disposizione alloggi e strutture d&#8217;accoglienza</strong> e i singoli credenti a sostenere tali percorsi, ognuno secondo le proprie possibilità e disponibilità: dedicando qualche ora di volontariato settimanale all&#8217;ospitalità dei profughi ma anche mettendo le proprie competenze e capacità a disposizione dei percorsi d&#8217;accoglienza e integrazione fino all&#8217;accoglienza vera e propria all&#8217;interno del nucleo familiare secondo la logica del progetto “Un rifugiato a casa mia”, l&#8217;intervento di seconda accoglienza sostenuto dalla Cei e che vede già coinvolte tredici diocesi. Sono segni importanti, non solo per il loro impatto reale sulla vita di molte persone in fuga da guerre e disperazione, ma anche per la capacità che hanno di “parlare” alla comunità ecclesiale e civile. Per questo la Caritas Diocesana di Pisa già adesso è a disposizione di tutte quelle parrocchie, associazioni e singole famiglie desiderose d&#8217;impegnarsi in interventi d&#8217;accoglienza, per accompagnarle e sostenerle in questa scelta.</p>
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