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	<title>Caritas Pisa &#187; migranti</title>
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		<title>&#8221;Non ci è dato di assuefarci&#8221;. La nota della Presidenza della CEI</title>
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		<pubDate>Mon, 06 Aug 2018 11:35:06 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Roma, lunedi 6 agosto 2018 &#8211; (la nota della Presidenza della Conferenza Episcopale Italiana del 19 luglio) Gli occhi sbarrati e lo sguardo vitreo di chi si vede sottratto in extremis all’abisso che ha inghiottito altre vite umane sono solo l’ultima immagine di una tragedia alla quale non ci è dato di assuefarci. Ci sentiamo ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Roma, lunedi 6 agosto 2018 &#8211; (<em>la nota della Presidenza della Conferenza Episcopale Italiana del 19 luglio</em>) Gli occhi sbarrati e lo sguardo vitreo di chi si vede sottratto in extremis all’abisso che ha inghiottito altre vite umane sono solo l’ultima immagine di una tragedia alla quale <strong>non ci è dato di assuefarci</strong>.</p>
<p><a href="http://www.caritaspisa.com/wordpress/wp-content/uploads/2018/08/060818_migranti.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-5732" src="http://www.caritaspisa.com/wordpress/wp-content/uploads/2018/08/060818_migranti-300x168.jpg" alt="060818_migranti" width="300" height="168" /></a></p>
<p><strong>Ci sentiamo responsabili</strong> di questo esercito di <strong>poveri</strong>, vittime di <strong>guerre</strong> e <strong>fame</strong>, di deserti e torture. È la storia sofferta di uomini e donne e bambini che – mentre impedisce di chiudere frontiere e alzare barriere – ci chiede di <strong>osare la solidarietà, la giustizia e la pace</strong>.</p>
<p>Come Pastori della Chiesa <strong>non pretendiamo di offrire soluzioni a buon mercato</strong>. Rispetto a quanto accade non intendiamo, però, né volgere lo sguardo altrove, né far nostre parole sprezzanti e atteggiamenti aggressivi. <strong>Non possiamo lasciare che inquietudini e paure condizionino le nostre scelte</strong>, determinino le nostre risposte, <strong>alimentino un clima di diffidenza e disprezzo, di rabbia e rifiuto</strong>.</p>
<p>Animati dal Vangelo di Gesù Cristo continuiamo a prestare la nostra voce a chi ne è privo. Camminiamo con le nostre comunità cristiane, coinvolgendoci in un’accoglienza diffusa e capace di autentica fraternità. Guardiamo con gratitudine a quanti – accanto e insieme a noi – con la loro disponibilità sono segno di compassione, lungimiranza e coraggio, costruttori di una cultura inclusiva, capace di proteggere, promuovere e integrare.</p>
<p>Avvertiamo in maniera inequivocabile che la via per salvare la nostra stessa umanità dalla volgarità e dall’imbarbarimento passa dall’impegno a custodire la vita. Ogni vita. A partire da quella più esposta, umiliata e calpestata.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>La Presidenza</strong></p>
<p><strong>della Conferenza Episcopale Italiana</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Roma, 19 luglio 2018</p>
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		<title>Non ti importa che moriamo? Il Mediterraneo, il verbo &#8221;salvare&#8221; e il sostantivo &#8221;salvezza&#8221;: una riflessione di don Antonio Cecconi</title>
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		<pubDate>Wed, 18 Jul 2018 09:21:40 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Calci, 18 luglio 2018 &#8212; Salvare o no chi rischia di morire in mare? Fino a poco tempo fa, la risposta al quesito era una sola: chiunque si trovi in mare, o in qualsiasi specchio d’acqua in cui rischia di annegare, va salvato. Ed è (o era&#8230;) punto d’onore per chiunque si trovi di fronte a ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Calci, 18 luglio 2018 &#8212; Salvare o no chi rischia di morire in mare? Fino a poco tempo fa, la risposta al quesito era una sola: chiunque si trovi in mare, o in qualsiasi specchio d’acqua in cui rischia di annegare, va salvato. Ed è (o era&#8230;) punto d’onore per chiunque si trovi di fronte a un rischio di annegamento fare tutto il possibile per trarre in salvo. Le mie pur scarse frequentazioni marinare mi ricordano che ogni imbarcazione è dotata di scialuppe di salvataggio, ciambelle di salvataggio ecc. Non solo per salvarsi se il mezzo su cui si viaggia facesse naufragio, ma anche per soccorrere qualora scattasse l’allarme: “uomo in mare!”. Prassi corrente e indiscussa, riscontabile tra l&#8217;altro nei numerosi ex voto del Santuario di Montenero in cui la Madonna appare come mediatrice di salvezza per singole persone o per navi in pericolo di essere inghiottite dai flutti.<br />
Ho aperto la <strong>Bibbia</strong>, il mio principale attrezzo di lavoro che non a caso è il racconto della “Storia della salvezza”, e<strong> ho scoperto che il verbo SALVARE vi ricorre 252 volte e ben 302 volte il sostantivo SALVEZZA.</strong> La messe di citazioni spazia da Dio che salva il suo popolo dalla schiavitù dell’Egitto a Gesù che più volte interviene personalmente per salvare persone dalle malattie, dalla morte, dal peccato e anche dal rischio di annegare: come nel caso di Pietro, o quella volta che l’intero gruppo dei discepoli temeva il peggio su una barca in tempesta. Il racconto è suggestivo, intenso, provocatorio e direi pedagogico. Perché su quella stessa barca Gesù, stanco di una giornata faticosa, sta dormendo sdraiato a poppa su un cuscino giaciglio di fortuna. Di fronte al rischio di finire in pasto alle onde, scatta inevitabile la domanda: “Maestro, non ti importa che siamo perduti?”. A quel punto, il risveglio e la parola di Gesù sono causa di salvezza per tutti quelli che erano sulla barca con lui.<br />
Oso accostare quella vicenda a quanto oggi succede nelle acque del Mediterraneo, alle teorie – e ormai alla prassi – in base a cui di chi sta in mare su imbarcazioni di fortuna e a rischio di annegare non ci deve importare perché sono stranieri, migranti, clandestini, invasori, infedeli nemici del cristianesimo, forse terroristi&#8230; Sta tornando di moda un verbo opposto a quello che d<strong>on Lorenzo Milani</strong> insegnava ai suoi ragazzi: <strong>I CARE, cioè “mi importa”</strong>. Lo stesso verbo con cui Gesù fu svegliato perché salvasse i suoi amici in pericolo. <strong>Per don Milani il verbo opposto era il motto fascista “ME NE FREGO”.</strong> Qualcuno mi dirà ancora una volta che la sto buttando in politica, ma qui non si oppongono due schieramenti partitici o parlamentari, ma due modi di intendere la vita, le relazioni interpersonali e il futuro della società. Sulle quali il Vangelo con episodi come quelli citati è illuminante, piaccia o dispiaccia, e papa Francesco ce lo ricorda continuamente<strong>: non mi salvo da solo</strong> – per i credenti è in gioco addirittura la salvezza eterna: inferno o paradiso – <strong>perché la salvezza la trovo soltanto se mi faccio carico della salvezza degli altri, del mio prossimo, di ogni uomo e ogni donna che sono tutti figli di Dio, tutti miei fratelli e sorelle</strong>. Come farlo, questo è lo spazio della politica, di una politica che sia davvero cura della POLIS, di una città (città europea, città mondiale&#8230;) in cui ci sia posto per tutti. Era la lezione di un altro grande fiorentino, non a caso amico di don Milani: <strong>Giorgio La Pira</strong>.</p>
<p><em>don Antonio Cecconi</em></p>
<p><strong>PS</strong> – integro la riflessione con un pensiero che mi è stato suggerito: i dodici bambini thailandesi, salvati grazie a una catena di solidarietà internazionale e seguiti ora per ora dal circuito mass-mediatico, sono più figli di Dio di tutti quelli che muoiono nel Mar Mediterraneo?</p>
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		<title>&#8221;La storia di Pisa ce lo insegna: l&#8217;incontro con l&#8217;altro è sempre ricchezza&#8221;. La visita dell&#8217;arcivescovo Benotto alla mostra &#8221;Migranti, la sfida dell&#8217;incontro&#8221; in San Pietro in Vinculis fino al 2 aprile.</title>
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		<pubDate>Mon, 27 Mar 2017 10:42:18 +0000</pubDate>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>Pisa, lunedi 27 marzo 2017 – “Nel Medioevo, proprio nell’epoca in cui fu costruita la Chiesa di San Pietro in  Vinculis che ospita questa bellissima mostra, bastava affacciarsi di là d’Arno, in quello che al tempo era il quartiere di <strong>Kinzica</strong>, per rendersi conto di che città fosse già allora Pisa: quella parte di città, infatti, era abitata da arabi, armeni e popoli provenienti da ogni parte del mondo allora conosciuto”. Ha attinto alla storia della città e della diocesi, l’arcivescovo di Pisa <strong>Giovanni Paolo Benotto</strong>, che ieri pomeriggio (domenica 26 marzo 2017) ha visitato la mostra “<a title="Migranti, la sfida dell'incontro" href="http://www.meetingmostre.com/default.asp?id=344&amp;id_n=30224" target="_blank"><span style="color: #ff0000;"><strong>Migranti: la sfida dell’incontro</strong></span></a>”, ospitata fino a <strong>domenica 2 aprile</strong> ospitata proprio nella <strong>chiesa di San Pietro in Vinculis</strong>. Lo ha fatto per ricordare la necessità di non disperdere la storica vocazione all’accoglienza di Pisa e dei suoi cittadini. “Non solo non abbiamo mai avuto paura di mescolarci e confrontarci con altri popoli e culture – ha ricordato Benotto – ma abbiamo sempre fatto dell’incontro con la ricchezza un’opportunità di crescita e di arricchimento: una lezione da non disperdere perché indica la strada da seguire anche nel nostro tempo”.</p>
<p><a href="http://www.caritaspisa.com/wordpress/wp-content/uploads/2017/03/270317_mostramigranti.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-4975" src="http://www.caritaspisa.com/wordpress/wp-content/uploads/2017/03/270317_mostramigranti-300x225.jpg" alt="270317_mostramigranti" width="300" height="225" /></a></p>
<p>Lo ha accompagnato <strong>Giorgio Paolucci</strong>, giornalista ed editorialista di <a title="Avvenire" href="https://www.avvenire.it" target="_blank"><strong><span style="color: #ff0000;">Avvenire</span></strong></a> e curatore dell’esposizione realizzata dalla<a title="Meeeting di Rimini" href="http://www.meetingrimini.org"><span style="color: #ff0000;"><strong> Fondazione “Meeting per l’amicizia tra i popoli”</strong></span></a> e proposta in città da <a title="Arcidiocesi di Pisa" href="http://www.diocesidipisa.it" target="_blank"><span style="color: #ff0000;"><strong>Arcidiocesi di Pisa</strong></span></a>, <strong>Caritas</strong> e<strong> Centro Culturale San Ranieri</strong> con la collaborazione della <span style="color: #ff0000;"><strong>Libreria Pellegrini</strong></span>: “Ci siamo chiesti se e quando il migrante è un bene per noi declinando il filo conduttore dell’ultimo meeting di Rimini che era, appunto, “Quando l’altro è un bene per noi” – ha spiegato -: così è nata questa esposizione itinerante che ha già visitato cinquanta città italiane, è attesa in altre venti e si propone proprio di avvicinare a un tema epocale come quello dei migranti e delle migrazioni superando le logiche del pregiudizio. Papa Francesco ce lo ha ricordato più volte: non si ama un’idea, si amano le persone. Da lì ripartiremo: in occasione del meeting 2017, infatti, presenteremo la nuova mostra, dedicata alla seconda generazione d’immigrati”.</p>
<p>Fino a domenica 2 aprile, la mostra è aperta tutti i giorni dalle 9 alle 13 dalle 18 alle 22 e sarà visitabile anche attraverso l’accompagnamento di guide qualificate. Per prenotare la visita guidata, per scolaresche e gruppi organizzati, è possibile farne richiesta attraverso il sito dedicato <a href="http://mostramigrantipisa.altervista.org" target="_blank"><span style="color: #ff0000;"><strong>www.mostramigrantipisa.altervista.org</strong></span></a>, compilando l’apposito modulo di richiesta “prenota la visita” selezionando orario e data prescelta.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>&#8220;L&#8217;accoglienza di profughi e richiedenti asilo: opportunità, limiti e prospettive&#8221;. Il documento di Caritas Pisa divulgato per la Giornata Mondiale del 20 giugno</title>
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		<pubDate>Fri, 19 Jun 2015 09:25:42 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Interveniamo sulla c.d. “emergenza profughi” perché ci coinvolge direttamente come Caritas Diocesana, organismo della Chiesa Pisana per la pastorale della Carità, già impegnata nell&#8217;accoglienza di undici persone in fuga da guerre e situazioni di conflitto e reale rischio per la propria incolumità ormai e perché incontriamo e incrociamo le loro storie anche al Centro d&#8217;Ascolto ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Interveniamo sulla <strong>c.d. “emergenza profughi”</strong> perché <strong>ci coinvolge direttamente</strong> come Caritas Diocesana, organismo della Chiesa Pisana per la pastorale della Carità, già impegnata nell&#8217;accoglienza di undici persone in fuga da guerre e situazioni di conflitto e reale rischio per la propria incolumità ormai e perché incontriamo e incrociamo le loro storie anche al Centro d&#8217;Ascolto piuttosto che alla Cittadella della Solidarietà e negli altri servizi di prossimità ai più poveri.</p>
<p>Interveniamo certo anche sollecitati dalla discussione internazionale sulla protezione dei rifugiati e dei richiedenti asilo, convinti che ci sia bisogno di una <strong>maggiore corresponsabilità e condivisione da parte degli Stati membri dell&#8217;Unione Europea</strong> non solo per quanto riguarda le operazioni di sicurezza contro scafisti e “barconi”, ma anche per quel che concerne le politiche e gli interventi d&#8217;accoglienza. E, altresì, sicuri, che l&#8217;Ue debba “ottemperare ai suoi obblighi internazionali per la protezione dei diritti umani alle sue frontiere esterne, incluse le operazioni di ricerca e salvataggio che, come ha dimostrato l&#8217;operazione “Mare Nostrum”, sono in grado di salvare migliaia di vite umane” come recitano anche le raccomandazioni di Anci, Caritas, Migrantes, Sprar e Acnur.</p>
<p>Interveniamo pure perché convinti della necessità di pervenire quanto prima ad una legge organica sull&#8217;asilo in modo da superare i limiti della mancata sistematizzazione della materia da cui derivano prassi difformi sul territorio nazionale per quanto riguarda il riconoscimento di una serie di diritti quali, ad esempio, l&#8217;iscrizione al servizio sanitario o all&#8217;anagrafe, l&#8217;accesso ai servizi sociali, la possibilità di presentare domanda di alloggi popolari e gli strumenti d&#8217;inserimento nel mondo del lavoro.</p>
<p>Soprattutto, però, prendiamo parola <strong>dopo esserci interrogati su quel che possiamo fare qui e ora</strong> e su quel che sarebbe necessario fare per assicurare un&#8217;accoglienza dignitosa ai profughi e ai richiedenti asilo che già sono da noi, a Pisa e in Toscana, e a quelli che sicuramente arriveranno nei prossimi giorni, settimane e mesi tenendo sempre ben presenti le situazioni di difficoltà e disagio che riguardano anche tanti cittadini residenti. E&#8217; chiaro, infatti, che per noi, espressione di una Chiesa al servizio degli ultimi, non c&#8217;è alternativa all&#8217;accoglienza e poiché è in questa direzione che si stanno muovendo tanto le autorità nazionali che quelle regionali e locali, riteniamo utile offrire il nostro punto di vista.</p>
<p><strong>1.Oltre la logica dell&#8217;emergenza.</strong> Quasi 63mila migranti sbarcati nel 2011, 43mila nel 2013, addirittura 170mila l&#8217;anno scorso e otto mila solo nei primi di due mesi del 2015, il 43% in più rispetto al primo bimestre del 2014. Sono numeri significativi che raccontano, non di un&#8217;invasione, ma di un fenomeno che è ormai strutturale da qualche anno a questa parte, e che spiegano di per sé la necessità di superare un approccio emergenziale: il modello organizzativo fortemente centralizzato nelle mani del Ministero dell&#8217;Interno e delle Prefetture, infatti, è idoneo per emergenze e fenomeni anche acuti ma limitati nel tempo; meno, invece, per gestire un flusso ininterrotto e crescente di persone in fuga da guerre, conflitti e situazioni di grave pericolo. Al riguardo, quindi, fermo restando il coordinamento da parte del Governo e delle sue emanazioni territoriali, riteniamo sia fondamentale l&#8217;attivazione di una cabina di regia e processi decisionali il più vicino possibile al territorio e quantomeno di livello regionale prevedendo comunque un forte coinvolgimento degli enti locali e delle realtà dell&#8217;associazionismo e del terzo settore presenti sul territorio e che hanno esperienza e competenza in materia.</p>
<p><strong>2.Accoglienza diffusa nel territorio.</strong> In tal senso è condivisibile quel modello di accoglienza diffusa nel territorio promosso e praticato in Toscana negli ultimi anni, attraverso l&#8217;inserimento di piccoli nuclei di migranti nei nostri quartieri e paesi. Un approccio che oggi è “sfidato” dai numeri crescenti dei flussi in arrivo e che, per funzionare, ha bisogno della corresponsabilità e condivisione anche di quei centri che, finora, non sono stati coinvolti nella gestione dell&#8217;accoglienza: la loro partecipazione diviene fondamentale per continuare a praticare quell&#8217;accoglienza diffusa nel territorio regionale che potrebbe davvero fungere da modello e buona prassi a livello nazionale a patto che, almeno a nostro parere, sia accompagnata da alcune fondamentali attenzioni.</p>
<p><strong>3.La mediazione con il territorio.</strong> Fra queste, sicuramente, il consenso della comunità che accoglie e l&#8217;attivazione delle sue risorse, che diviene condizione necessaria, anche se non sufficiente, per il buon esito dell&#8217;accoglienza: per questo giudichiamo positivamente gli ultimi orientamenti della “cabina di regia” istituita presso la Prefettura di Pisa che prevede l&#8217;assenso dei Sindaci dei Comuni interessati quale “conditio sine qua non” per l&#8217;attivazione dei percorsi di presa in carico dei profughi e dei richiedenti asilo.</p>
<p><strong>4. La logica della corresponsabilità.</strong> Tale decisione, peraltro, non fa altro che accrescere le responsabilità delle istituzioni più vicine ai cittadini: se, infatti, finisse per incentivare atteggiamenti di chiusura o scarsa accondiscendenza nei confronti degli interventi d&#8217;accoglienza, la conseguenza sarebbe quella di veder fallire quel modello di c.d. “accoglienza diffusa” a parole, almeo in Toscana, sostenuto da tutti. Muoversi secondo una seria logica di corresponsibiltà a nostro parere è condizione necessaria, anche se non sufficiente, per gestire quel modello dell&#8217;accoglienza diffusa promosso nella nostra Regione.</p>
<p>5. <strong>Volontariato civico per i migranti accolti.</strong> Sotto questo profilo suggeriamo anche di coinvolgere i migranti ospitati in esperienze di volontariato civico a favore delle comunità d&#8217;accoglienza le quali, molto spesso, sono esse stesse alle prese con le difficoltà e i disagi provocati dalla crisi, problemi meno dolorosi di quelli vissuti dai profughi ma, comprensibilmente, percepiti spesso in modo molto acuto dalle famiglie: ecco perché, quindi, è importante che coloro che si sono assunti la responsabilità dell&#8217;accoglienza possano cogliere nelle persone ospitate non solo l&#8217;adempimento di un dovere di umanità, o peggio ancora un fardello, ma anche un&#8217;opportunità e una risposta ad alcuni bisogni, piccoli o grandi che siano, delle loro comunità e di chi le abita. Specie nella prima fase, i sei mesi successivi alla presentazione della domanda di protezione internazionale durante i quali non è consentito lavorare riteniamo che esperienze di servizio del genere possono anche costituire tappe importanti nel percorso d&#8217;integrazione del richiedente asilo.</p>
<p><strong>6. Fare “parti disuguali fra uguali è un&#8217;ingiustizia”.</strong> In questo momento in Italia ci sono circa 67mila immigrati accolti in strutture d&#8217;accoglienza: 21mila di essi si trovano nei centri SPRAR, il Sistema di Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati, che è stato notevolmente potenziato negli ultimi due anni (passando dei 3mila posti d&#8217;inizio 2013 ai 20mila circa previsti per il biennio 2014-16), in cui lavorano operatori con competenze specifiche spesso maturate in anni d&#8217;esperienza e che prevede misure di orientamento e accompagnamento legale e sociale, la costruzione di percorsi individuali di inclusione e inserimento sociale ed economico mediante corsi di lingua italiana, istruzione degli adulti, iscrizione a scuola dei minorenni, accompagnamento ai servizi socio-sanitari e interventi di informazione legale. I restanti 47mila migranti, invece, si distribuiscono fra i vari Centri di Primo Soccorso e Accoglienza (CPSA), Centri d&#8217;Accoglienza (CDA) e Centri d&#8217;accoglienza per richiedenti asilo (CARA), in cui fino a febbraio scorso erano ospitate 9.500 persone, e soprattutto le altre strutture temporanee d&#8217;accoglienza allestite nei mesi per far fronte all&#8217;emergenza in cui, sempre fino a due mesi e mezzo fa, si trovavano 37mila migranti. I percorsi d&#8217;accompagnamento e le opportunità di coloro che si trovano nei Cpsa, Cda o Carae quelle offerte agli altri ospitati nelle strutture temporanee non sono le stesse dei migranti che, invece, sono accolti nel sistema SPRAR, il quale assicura un sostegno continuativo e prolungato nel tempo, finalizzato all&#8217;inclusione sociale. Ed è solo il caso, ossia la disponibilità di posti, che decide se un richiedente asilo finisce in un sistema o nell&#8217;altro. E&#8217; senz&#8217;altro vero, come scriveva don Milani, che “fare parti uguali fra disuguali è la più grande ingiustizia”, ma lo è altrettanto fare parti diseguali fra uguali. Questo doppio binario d&#8217;accoglienza, scaturito soltanto dalla difficoltà di gestione dell&#8217;emergenza e che non trova giustificazione alcuna nelle condizioni delle persone accolte, deve necessariamente essere sanato con provvedimenti a livello nazionale.</p>
<p><strong>7. Standard unitari d&#8217;accoglienza.</strong> In tal senso facciamo nostra la richiesta contenuta nel Rapporto 2014 sulla “Protezione internazionale in Italia” curato da ANCI, Caritas, Migrantes, SPRAR e ACNUR, in cui raccomanda di prevedere “standard unici in ogni contesto d&#8217;accoglienza, strutturale o straordinaria che sia a partire dalle linee guida dello SPRAR costruite nel corso degli anni dal basso, con il fondamentale contributo” di chi opera nei territori.</p>
<p><strong>8. Dare continuità ai percorsi d&#8217;inserimento.</strong> Chi arriva in Italia con i barconi ha spesso vissuto esperienze di sradicamento molto traumatiche. Diversamente da quanto capitato anche nelle ultime settimane, sarebbe quindi auspicabile che il percorso d&#8217;accoglienza e d&#8217;inclusione sociale potesse svolgersi prevalentemente nel medesimo contesto, evitando ulteriori spostamenti e trasferimenti, specie se il migrante ha già iniziato a stringere rapporti con la comunità d&#8217;accoglienza. Abbandonare il paese o la città in cui si vive, ad esempio, da due o tre mesi, piuttosto che separarsi da amici, parenti e compagni di “sventura” senza alcuna spiegazione o giustificazione se non quella di doversi spostare per fare posto ad altri, infatti, spesso si traduce in un ulteriore piccolo trauma, difficile da contenere.</p>
<p><strong>9. La necessità di operatori competenti.</strong> La gestione di numeri consistenti di persone che hanno alle spalle vissuti molto traumatici non è affatto cosa semplice e richiede competenze specifiche e personale preparato. Le buone intenzioni di chi accoglie, se non supportate e accompagnate da saperi e conoscenze, rischiano d&#8217;innescare situazioni difficili da gestire: la sola collocazione presso strutture alberghiere o enti pubblici e privati non competenti o distanti da questi temi può rischiare di peggiore non solo le condizioni delle persone accolte, ma anche quelle dei territori ospitanti. Beninteso, a scanso di equivoci precisiamo che non si tratta di tarpare le ali agli slanci di generosità e alla volontà di tanti ben intenzionati: si tratta piuttosto di valorizzare e tutelare tali slanci assicurando loro i supporti e sostegni necessari per gestire percorsi spesso piuttosto complessi.</p>
<p><strong>10. Il monitoraggio costante degli interventi d&#8217;accoglienza.</strong> Altresì fondamentale è il monitoraggio costante e capillare degli interventi d&#8217;accoglienza, finalizzato tanto a verificare sia le modalità d&#8217;accoglienza effettivamente praticate, con particolare attenzione al rispetto dei diritti umani e alla promozione di reali percorsi d&#8217;inserimento nel nuovo contesto, sia gli aspetti gestionali e contabili, onde accertare che le somme erogate siano effettivamente destinate ai soggetti e alle attività previste. Procedure di controllo rigorose e frequenti da parte dei soggetti pubblici cui è affidato il coordinamento delle strategie d&#8217;accoglienza (ad oggi Governo e Prefetture con il coinvolgimento delle Regioni) sono necessarie per far emergere immediatamete casi di gravi abusi e violazioni che vanno a svantaggio in primo luogo dei soggetti accolti, ma anche della grande maggioranza di soggetti del terzo settore e del volontariato, quasi sempre seriamente impegnati nella gestione di percorsi d&#8217;accoglienza genuini e, spesso, anche efficaci.</p>
<p>Per quanto ci riguarda, come comunità ecclesiale pisana e soggetto impegnato nell&#8217;accoglienza,<strong> c&#8217;impegniamo a fare nostri questi principi, praticandoli e sostenendoli</strong> negli interventi che ci riguardano direttamente e anche nel dibattito pubblico sul tema dell&#8217;accoglienza. Auspichiamo, al riguardo, un coinvolgimento della comunità cristiana pisana ancora più forte, i<strong>nvitando le parrocchie</strong> che hanno disponibilità<strong> a mettere a disposizione alloggi e strutture d&#8217;accoglienza</strong> e i singoli credenti a sostenere tali percorsi, ognuno secondo le proprie possibilità e disponibilità: dedicando qualche ora di volontariato settimanale all&#8217;ospitalità dei profughi ma anche mettendo le proprie competenze e capacità a disposizione dei percorsi d&#8217;accoglienza e integrazione fino all&#8217;accoglienza vera e propria all&#8217;interno del nucleo familiare secondo la logica del progetto “Un rifugiato a casa mia”, l&#8217;intervento di seconda accoglienza sostenuto dalla Cei e che vede già coinvolte tredici diocesi. Sono segni importanti, non solo per il loro impatto reale sulla vita di molte persone in fuga da guerre e disperazione, ma anche per la capacità che hanno di “parlare” alla comunità ecclesiale e civile. Per questo la Caritas Diocesana di Pisa già adesso è a disposizione di tutte quelle parrocchie, associazioni e singole famiglie desiderose d&#8217;impegnarsi in interventi d&#8217;accoglienza, per accompagnarle e sostenerle in questa scelta.</p>
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