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	<title>Caritas Pisa &#187; Equagenda</title>
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		<title>Siamo una società civile quando &#8221;dichiariamo guerra&#8221; alla povertà. L&#8217;intervento del direttore don Emanuele Morelli su Equagenda 2016</title>
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		<pubDate>Sun, 08 Nov 2015 10:37:41 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Provate ad immaginare un mondo in cui tutti pensano allo stesso modo, vestono con gli stessi vestiti e parlano la stessa lingua&#8230; Solo immaginarlo mi rende triste. Un mondo così è noioso e grigio. A me, invece, piace un mondo a colori dove la diversità sia la nostra ricchezza, accogliendo la sfida di comporla in ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Provate ad immaginare un mondo in cui tutti pensano allo stesso modo, vestono con gli stessi vestiti e parlano la stessa lingua&#8230; Solo immaginarlo mi rende triste. Un mondo così è noioso e grigio. A me, invece, piace un mondo a colori dove la diversità sia la nostra ricchezza, accogliendo la sfida di comporla in armonia.<strong> Affermare il diritto ad essere diversi diventa oggi necessario</strong>. Si, siamo tutti uguali proprio perché siamo tutti diversi.</p>
<p>Il problema nasce quando non riusciamo a comporre e valorizzare la diversità, e questa si declina con il vocabolario delle minori opportunità, della disuguaglianza e dell&#8217;esclusione sociale e diventa condizione di impoverimento e di deprivazione. La povertà colora di nero la diversità perché genera minori opportunità di vita. E non mi riferisco solo alla povertà economica ma anche e soprattutto alla povertà relazionale.<strong> Siamo società civile quando “dichiariamo guerra” alla povertà</strong> costruendo percorsi di inclusione sociale. Io credo che una società sia davvero “civile” quando include, quando non lascia nessuno indietro, quando offre a tutti pari opportunità di crescita, quando investe sul capitale umano, quando accompagna, confronta, conforta e verifica, quando “crede negli esseri umani che hanno il coraggio di essere umani”.</p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.caritaspisa.com/wordpress/wp-content/uploads/2015/11/image1.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-2311" src="http://www.caritaspisa.com/wordpress/wp-content/uploads/2015/11/image1-224x300.jpg" alt="image" width="224" height="300" /></a></p>
<p><em>Quali percorsi di inclusione allora?</em><br />
<strong>Il primo</strong>. Generare relazioni corte e calde. Viviamo troppo distanti gli uni dagli altri. Sembriamo preferire il virtuale al reale ma siamo consapevoli che l&#8217;alternativa all&#8217;intimità è la disperazione e l&#8217;isolamento.<br />
<strong>Il secondo</strong>. Condividere quello che siamo e quello che abbiamo, fossero anche le “briciole”. Per combattere la povertà occorre metterci del nostro. Siamo consapevoli che “solo il pane condiviso può essere moltiplicato”. Io credo che il primo e più profondo antidoto alla crisi sia re-imparare la cultura del dono di sé.<br />
<strong>Il terzo.</strong> La sfida è culturale. Occorre costruire percorsi che parlano alla vita della gente, non alla testa né alla pancia ma alla vita. Costruendo percorsi di partecipazione e di protagonismo riusciremo a generare ricchezza perché dalla crisi possiamo uscirci solo insieme praticando un nuovo modo di vivere.<br />
Il quarto. Cambiare le politiche. Auspico politiche che mettano davvero al centro gli ultimi. Occorre trasformare il welfare da assistenziale a generativo, che promuove umanità libera e consapevole, che si accorge delle “gemme terminali”, le possibilità di ogni umano, le sostiene, le potenzia e le valorizza.</p>
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