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	<title>Caritas Pisa &#187; ebrei</title>
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		<title>Le bambine di Birkenau. La testimonianza di Andra e Tatiana Bucci, deportate all&#8217;età di 4 e 6 anni, sopravvissute al lager</title>
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		<pubDate>Sat, 23 Jan 2016 02:13:47 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[Per non dimenticare]]></category>
		<category><![CDATA[Andra e Tatiana Bucci]]></category>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>“La conferma che ce l&#8217;abbiamo fatta ce l&#8217;abbiamo ogni volta che guardiamo i nostri figli e nipoti: li cerchiamo con lo sguardo per avere la certezza che <strong>abbiamo davvero vinto noi</strong>, che la vita ha avuto la meglio sulla morte”. Alla fine si sciolgono davvero nel più bello dei sorrisi quelle due sorelle di 77 e 79 anni, dai modi educati e quasi riservati. Che fra il marzo &#8217;44 e il gennaio &#8217;45 sprofondarono in un baratro di disumanità e disperazione. Si chiamano <strong>Andra e Tatiana Bucci</strong>, da due anni sono cittadine onorarie di Pisa e all&#8217;epoca dei fatti, quando furono <strong>deportate nel campo di Birkenau-Auschwitz</strong>, insieme al cuginetto Sergio, alla mamma Mira e alla zia Giselle, aveva, rispettivamente, quattro e sei anni.<br />
«Entrammo in un caseggiato di mattoni e da lì, dopo esser state spogliate e rivestite, ci misero in fila indiana in una cameretta: a turno dovevamo porgere il braccio sinistro ad un inserviente il quale vi avrebbe tatuato un numero progressivo» ha raccontato Andra venerdi sera in un&#8217;affollatissima Biblioteca dell&#8217;ex convento dei Cappuccini di San Giusto ricordando i primissi giorni ad Auschwitz. «<strong>A mamma che ci precedeva fu assegnato il 76482, a me il 76483 e a Tatiana che era dietro il 76484</strong> – ha proseguito -: uscite di là, mamma si diresse nella baracca delle donne, noi in quelle dei bambini. Era iniziata la nuova vita nel lager: io avevo 4 anni, la Tati sei».<br />
«Mamma veniva a trovarci ogni volta che poteva e tutte le volte ci ripeteva, quasi in modo ossessivo, i nostri nomi, non voleva che ce ne dimenticassimo – aggiunge Tatiana -. Però, da un certo punto in poi non venne più e <strong>a noi venne naturale pensare che fosse morta: ce lo dicemmo come se fosse la cosa più naturale del mon</strong>do, senza provare dolore. D&#8217;altronde la morte era quasi una compagna di giochi dato che trascorrevamo tantissimo tempo giocando attorno alle cataste di cadaveri imbiancate dalla calce che i tedeschi vi buttavano per evitare il proliferare di malattie».</p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.caritaspisa.com/wordpress/wp-content/uploads/2016/01/sorelle_piccoel.jpeg"><img class="alignnone size-full wp-image-2923" src="http://www.caritaspisa.com/wordpress/wp-content/uploads/2016/01/sorelle_piccoel.jpeg" alt="sorelle_piccoel" width="271" height="186" /></a></p>
<p style="text-align: left;">Alle sorelline dedicava un po&#8217; di tempo soltanto la “blockowa” della loro baracca, ossia la prigioniera cui era stato affidato il compito di sorvegliare la baracca dei bambini: «Un giorno ci disse che di lì a poco sarebbe venuto un medico a chiederci se volevamo rivedere la mamma e che noi avremmo dovuto rispondere di no. Noi ubbidimmo, nostro <strong>cugino Sergi</strong>o no: di lì a poco salirà su camion diretto al campo di Neungamme, vicino ad Amburgo, e quella è stata l&#8217;ultima volta che lo abbiamo visto». Mengele autorizzò il trasferimento per fare su di loro esperimenti medici finalizzati a debellare la tubercolosi. Dopo inaudite sofferenze, furono uccisi e bruciati quando gli alleati erano ormai alle porte per nascondere le nefandezze e gli orrori compiuti.</p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.caritaspisa.com/wordpress/wp-content/uploads/2016/01/Biblioteca.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-2925" src="http://www.caritaspisa.com/wordpress/wp-content/uploads/2016/01/Biblioteca-300x180.jpg" alt="Biblioteca" width="300" height="180" /></a></p>
<p style="text-align: left;">La loro storia è stata scoperta e raccontata da<strong> Gunther Schwarberg</strong>, giornalista tedesco del settimanale “Stern”, che sostanzialmente “adottò” i venti bambini impegnandosi per tutta la vita a ricostruirne la vicenda umana e per raccontare la verità, adoperandosi per la condanna dei colpevoli. «Schwarberg è stata una persona importantissima della mia vita, a cui devo tantissimo – ha ricordato Tatiana -: non ho perdonato i tedeschi, perché certi orrori sono quasi impossibili da perdonare e perché serviresse che qualcuno lo chiedesse, ma grazie a Schwarberg mi sono resa conto che i tedeschi non sono tutti da nazisti e che fra loro ci sono anche persone per bene».</p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.caritaspisa.com/wordpress/wp-content/uploads/2016/01/sorelle_Oggi.jpeg"><img class="alignnone size-full wp-image-2924" src="http://www.caritaspisa.com/wordpress/wp-content/uploads/2016/01/sorelle_Oggi.jpeg" alt="sorelle_Oggi" width="204" height="146" /></a></p>
<p style="text-align: left;">Auschwitz fu liberata il 27 gennaio 1945. Le bambine furono trasferite prima in un vicino orfanotrofio e poi a Praga, in un istituto religioso grazie al quale cominciarono a frequentare le elementari. Quindi l&#8217;ulteriore trasferimento in Inghilterra e qui, Lingfield e qui vengono contattati dai genitori che non era assolutamente scomparsi.L&#8217;abbraccio con la mamma avverrà nel dicembre &#8217;46.</p>
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