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	<title>Caritas Pisa &#187; direttore</title>
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		<title>&#8220;Mai così tante richieste d&#8217;aiuto. Andrà davvero tutto bene?&#8221;. Il direttore della Caritas di Pisa don Emanuele Morelli intervistato da La Nazione</title>
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		<pubDate>Mon, 12 Apr 2021 08:30:25 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Povertà]]></category>
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		<description><![CDATA[Pisa, 12 aprile 2021 (da La Nazione Pisa) &#8211;  «Andrà davvero tutto bene?». Non è più un’esortazione, come nei primi mesi della pandemia, e ancor meno una granitica certezza. Nelle parole di don Emanuele Morelli, 60 anni, direttore della Caritas di Pisa, è diventato solo un punto interrogativo. Da più 12 mesi è in prima ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Pisa, 12 aprile 2021 <strong>(da La Nazione Pisa)</strong> &#8211;  «Andrà davvero tutto bene?». Non è più un’esortazione, come nei primi mesi della pandemia, e ancor meno una granitica certezza. Nelle parole di <span style="color: #ff0000;"><strong>don Emanuele Morelli</strong></span>, 60 anni, direttore della Caritas di Pisa, è diventato solo un punto interrogativo. Da più 12 mesi è in prima linea, insieme a operatori e volontari, accanto alle famiglie più colpite dall’emergenza sociale collegata a quella sanitaria. «L’impatto è stato simile a quello di una valanga – racconta –: alla fine del marzo scorso ai nostri servizi avevamo incontrato 1.222 persone, che sono diventate 1.900 a ottobre e salite a più di 2.000 alla fine dell’anno».</p>
<p><strong><span style="color: #ff0000;">Molte di più rispetto al periodo pre-Covid? </span></strong>«Un numero così alto ai nostri servizi non lo abbiamo mai raggiunto. Nel 2020 le situazioni di povertà che abbiamo incontrato sono aumentate di quasi il 40%, rispetto al 2019, e circa un terzo di esse non si erano mai rivolti a noi prima del lockdown».</p>
<p><span style="color: #ff0000;"><strong>Chi sono i nuovi poveri della pandemia che hanno chiesto il vostro aiuto?</strong></span> «Il mondo del lavoro è stato il più colpito. Nello specifico incontriamo piccoli imprenditori con partita Iva, ma anche dipendenti che, pur non avendo perso il lavoro, sono andati in difficoltà anche a causa dei ritardi nell’erogazione degli ammortizzartori sociali. E soprattutto tante persone con occupazioni precarie o che erano impiegate nel sommerso e che, quindi, adesso fanno molta più fatica ad accere alle misure messe in campo dal governo e dalle istituzioni per sostenerli&#8230;».</p>
<p><span style="color: #ff0000;"><strong>La Caritas come si è attivata per non lasciarli soli?</strong></span> «Il primo sforzo che abbiamo dovuto compiere è stato orientato a modificare l’organizzazione dei nostri servizi per adeguarli alle doverose misure di sicurezza sanitaria, evitando la chiusura».</p>
<p><span style="color: #ff0000;"><strong>Ce l’avete fatta?</strong></span> «Sì. Tutti i nostri servizi hanno funzionato ininterrottamente. Però, abbiamo dovuto anche attivare servizi nuovi come il Fondo Vivere, promosso in collaborazione con la Fondazione Pisa soprattutto, ma anche con in sostegno di altri soggetti».</p>
<p><span style="color: #ff0000;"><strong>Di cosa si tratta?</strong></span> «Piccoli prestiti per aiutare a restare in piedi durante l’emergenza: fino a un massimo di 15mila euro per le micro-imprese e non oltre i 3mila per i nuclei familiari. L’iniziativa è partita a fine dicembre e finora ne abbiamo già erogati 38. Inoltre abbiamo potenziato l’impegno nel contrasto della povertà alimentare».</p>
<p><span style="color: #ff0000;"><strong>Come?</strong></span> «Intanto l’Emporio della Cittadella ha seguito quasi 500 famiglie che hanno continuato a recarsi al Cep per fare la spesa, ma ha funzionato anche come hub in cui confezionare i pacchi alimentari consegnati a domicilio. Altri due magazzini, poi, sono stati allestiti anche al Circolo Alhambra, grazie alla collaborazione dell’Arci, e alla parrocchia di Santo Stefano Extra Moenia, con il sostegno anche degli scout dell’Agesci e dell’Ordine francescano secolare. Da questi tre punti partivano i volontari impegnati nelle consegne a casa che, almeno fino a settembre scorso, hanno seguito oltre 400 famiglie».</p>
<p><span style="color: #ff0000;"><strong>Ma si parla anche di aumento della povertà educativa&#8230;</strong></span> «In percentuale ai nostri centri le segnalazioni per problemi d’istruzione sono aumentate del 116%, di più di quelle, pur cresciute enormemente, legate alle difficoltà economiche (111%). Il problema non sono solo i device ma anche i nuclei vulnerabili che non hanno gli strumenti culturali e linguistici per assistere i figli nella Dad. Abbiamo accompagnato le famiglie nel richiedere i tablet alla scuola quando ne avevano diritto, e in diversi casi siamo intervenuti direttamente, grazie anche ad un accordo con Devitalia. Ma siamo consapevoli che pure su questo tema occorra moltiplicare gli sforzi da subito. Auspicheremmo che questa fosse una delle priorità dei prossimi mesi, insieme al lavoro e all’emergenza casa: che cosa accadrà quando cesserrano tutte le misure di blocco degli sfratti e dei mutui?» R.P.</p>
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		<title>Rapporto povertà Caritas 2019: &#8221;Un centro d&#8217;ascolto in ogni unità pastorale&#8221;. La proposta nelle conclusioni del direttore don Emanuele Morelli</title>
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		<pubDate>Mon, 30 Dec 2019 12:37:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[admincp]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Pastorale della Carità]]></category>
		<category><![CDATA[conclusioni]]></category>
		<category><![CDATA[direttore]]></category>
		<category><![CDATA[don Emanuele Morelli]]></category>
		<category><![CDATA[Rapporto povertà Caritas]]></category>

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		<description><![CDATA[Come ogni anno, tra Natale e Capodanno, regaliamo a tutta la diocesi e alle istituzioni della società civile il “Rapporto povertà” della nostra Caritas diocesana. Siamo arrivati alla quattordicesima edizione. Un “regalo scomodo” perché racconta storie di fatica e di sofferenza, sottolinea l&#8217;incapacità, per i servizi della comunità ecclesiale, di andare oltre l&#8217;assistenza ed evidenzia ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Come ogni anno, tra Natale e Capodanno, regaliamo a tutta la diocesi e alle istituzioni della società civile il “Rapporto povertà” della nostra Caritas diocesana. Siamo arrivati alla quattordicesima edizione. Un “<em>regalo scomodo</em>” perché racconta storie di fatica e di sofferenza, sottolinea l&#8217;incapacità, per i servizi della comunità ecclesiale, di andare oltre l&#8217;assistenza ed evidenzia limiti e inadeguatezze del nostro sistema di welfare.</p>
<p><strong>“Neanche voi siete capaci di comprendere?” (cfr. Mc 7,8). </strong>Questo interrogativo che Gesù pone ai suoi discepoli è il titolo del rapporto di quest&#8217;anno.</p>
<p>Come ci ricorda Mons. Roberto filippini, nell&#8217;introduzione al Rapporto povertà di Caritas Toscana 2019, <em>“L’invito di Gesù è dunque a ripercorrere l’esperienza fatta e a prestare attenzione proprio ai numeri delle folle sfamate e del cibo a disposizione, come di quello alla fine avanzato. Numeri diversi… tutti molto suggestivi ed emblematici: cinque, dodici, quattro, sette… Non è il momento di entrare in una lettura esegetica minuziosa, ci basti dire che quei numeri non solo svelavano la sua potenza divina, ma proprio essi fanno di quei prodigi dei segni e dunque veicoli di comunicazione, bisognosi di un’operazione… semeiotica, che ne traduca il significato: “non comprendete ancora?” Anche i numeri di questo Rapporto forniscono dei messaggi che interpellano la Chiesa e la Società e che non possono lasciare freddi e indifferenti. Non si tratta solo di un’operazione asetticamente conoscitiva, ma di una comunicazione che provoca ed esige delle risposte efficaci e risolutorie”.</em></p>
<p>Quindi, proprio i numeri, le cifre e le tabelle del “<strong>XIV Rapporto povertà Caritas Pisa</strong>” chiedono di essere letti, interpretati, decifrati e diventano interrogativi che ci interpellano, chiedono conversione a livello ecclesiale e nuove politiche a livello istituzionale.</p>
<p>Nel rapporto si evidenzia la presenza in città di un’incidenza alta di <strong>persone senza dimora</strong> rispetto al dato nazionale. Fatto salvo che la qualità dei servizi offerto dalla rete di protezione sociale sul nostro territorio svolga una funzione attrattiva, siamo chiamati a cogliere la sfida di una prossimità responsabile a questa tipologia di persone. La scelta di sperimentare risposte diverse e nuove, come “housing first” va nella direzione giusta. Un percorso che deve essere potenziato sperimentando anche altre azioni di housing innovativo.</p>
<p>Nel rapporto si evidenzia come la mancanza o la perdita della <strong>residenza</strong> sia elemento di infragilimento radicale. La residenza è “<em>conditio sine qua non</em>” per usufruire dei diritti e dei servizi di base. Auspichiamo una nuova riflessione sullo strumento delle “<em>residenze di soccorso</em>” collegato ad una più consapevole presa in carico delle persone fragili da parte delle istituzioni e di tutta la società civile.</p>
<p>Un altro dato significativo del rapporto è quello relativo alla <strong>cronicizzazione</strong> dei cammini di povertà. Questo rapporto ci dice che nel 2018 sono state 485 le persone conosciute da più di 6 anni. Un dato in crescita costante negli ultimi anni.</p>
<p>Una prima riflessione, che ci chiede una profonda autocritica, è che i nostri servizi non riescono a sganciare le persone incontrate dalla necessità di essere aiutate. Si genera una sorta di “dipendenza”, in alcuni casi anche cercata, dall&#8217;aiuto dato. Siamo convinti che mentre assistere sia a volte necessario, soprattutto nella fase acuta dell&#8217;emergenza, l&#8217;assistenzialismo sia sempre dannoso. Siamo convinti della nessaria conversione dei nostri servizi verso percorsi promozionali che riconsegnino decisamente le persone alla dignità che gli è propria. Dobbiamo domandarci, tutti, insieme, che cosa possiamo fare per invertire questa tendenza, per fare in modo che i nostri interventi liberino e non schiaccino.</p>
<p>Un altro dato che ci deve far riflettere è che le <strong>problematiche familiari</strong> sono fra le problematiche più rilevanti delle persone che incontriamo. Ques&#8217;anno hanno superato anche quelle relative a all&#8217;abitare. Nelle conclusioni del Rapporto povertà di Caritas Toscana scriviamo: “<em>In questo senso, è necessario aprire in primo luogo una riflessione sulle misure di sostegno alle famiglie, capaci di prendersi carico non solo dei bisogni degli adulti che compongono i nuclei, spesso frammentati, fratturati, soli, ma anche i bambini che vi abitano portatori di bisogni inespressi e spesso inascoltati. I bisogni delle famiglie fragili aprono una finestra anche sulla necessità di immaginare sempre l’accompagnamento delle storie di povertà come accompagnamento di più soggetti, di ecosistemi familiari, insistendo non solo su misure a sostegno degli adulti che costituiscono il nucleo, ma anche dei bambini, portatori di bisogni non detti, inespressi, eppure tragicamente presenti e mortiferi per un futuro di autorealizzazione piena. Questa consapevolezza invita a immaginare servizi di accompagnamento personalizzati per ogni nucleo familiare, in un’attenzione alle storie individuali, affiancamento tailor made, che puntino sulla riattivazione delle capacità residue e sulla voglia di riscatto delle persone che sperimentano fragilità”. </em>Sono considerazioni che provocano e ci interpellano prima di tutto i decisori delle politiche pubbliche a sperimentare progetti e servizi che approccino le problematiche familiari in maniera complessiva.</p>
<p>Nel rapporto emerge anche quest&#8217;anno un altro dato allarmante: la <strong>povertà educativa.</strong></p>
<p>Nell&#8217;esperienza dell&#8217;Emporio Caritas la presenza di tanti minori, figli delle famiglie che usufruiscono di questo servizio, ci deve confrontare e non ci può far dormire sonni tranquilli. Sono bambini e bambine che iniziano il loro percorso vitale con un deficit di opportunità rispetto ai loro coetanei perché le loro famiglie non hanno risorse da investire su percorsi culturali, sportivi o anche di semplice socializzazione e svago. Scriviamo ancora nelle conclusioni del Rapporto Regionale 2019: “<em>L’impegno per la costruzione di reali percorsi di contrasto alla povertà educativa non riguarda (&#8230;) solo le istituzioni scolastiche, ma tutto il territorio e tutte le comunità. Chiede alleanze nuove tra istituzioni, terzo settore, cultura e sociale, famiglie e docenti, riportando la formazione e la cultura al centro dell’interesse della politica regionale, riprendendo sul serio il motto del “non uno di meno</em>”.</p>
<p>Ci domandiamo che fare con questi “minori” per garantire pari opportunità di crescita, prima di tutto, in umanità? Quali progetti, quali sostegni? Quali nuove opportunità?</p>
<p>L&#8217;indice di povertà Caritas ci segnala, di nuovo, la realtà delle <strong>periferie</strong>. Pisa è una città fatta di quartieri che hanno un identità. Quando i “<em>quartieri</em>” diventano “<em>periferie</em>” significa che si sono persi legami, relazioni, senso del bene comune. È importante che le periferie tornino ad essere quartieri nei quali agire il contrasto alla povertà, suscitando e rafforzando di nuovo il concetto di corresponsabilità all’interno delle comunità, dove le persone, tutte, possono fare la loro parte. Da questo ragionamento, in un’ottica di welfare generativo, non sono esclusi i poveri.</p>
<p>Anche le comunità parrocchiali dei quartieri periferici della città devono sentirsi coinvolte in questo processo. La parrocchia è, per sua natura, casa tra le case, presenza di chiesa inserita in un determinato territorio, con quelle persone concrete che, se manifestano segni di disagio, sono sicuramente anche capaci di far emergere risorse e ricchezza di doni e carismi per il bene comune.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Queste riflessioni indicano, in maniera evidente, anche il cammino che la nostra chiesa pisana è chiamata a fare. Individuiamo tre percorsi.</em></p>
<p><strong>Essere e fare chiesa</strong></p>
<p>La chiesa è radicata territorialmente. Le parrocchie sono le cellule vive del tessuto ecclesiale.</p>
<p>L&#8217;incontro con i poveri mette in luce la qualità della vita comunitaria, è criterio di verifica della fedeltà al vangelo e provoca le comunità parrocchiali ad essere sempre più spazio accogliente e tempo favorevole per “fare casa”, offrire relazioni corte e calde con chi è escluso, marginalizzato, reso ultimo. La chiesa in uscita, ospedale da campo, come ci ricorda papa Francesco, è una chiesa che non preferisce le sacrestie ma, dall&#8217;incontro con il risorto, trae il coraggio di abitare il margine, di essere chiesa “estroversa”. Questa opzione preferenziale la fa essere compagna di viaggio di tutti gli uomini e le donne di buona volontà, come ci ricorda l&#8217;apostolo Pietro: “<em>In verità sto rendendomi conto che Dio non fa preferenza di persone, ma accoglie chi lo teme e pratica la giustizia, a qualunque nazione appartenga</em>” (At 10,34-38).</p>
<p>Quando le nostre parrocchie sono più prudenti che coraggiose vedono lentamente esaurire la forza evangelica, rischiano di diventare luoghi senz&#8217;anima e hanno bisogno di lasciarsi irrorare dalla forza dello Spirito. Siamo chiamati a credere, come ci ricorda sempre papa Francesco, che i poveri ci evangelizzano.</p>
<p><strong>L&#8217;ascolto</strong></p>
<p>L&#8217;ascolto per la comunità ecclesiale è il “<em>dono dei doni</em>”. Il “<em>cuore</em> <em>capace di ascoltare</em>” è ciò che ogni discepolo deve chiedere al Signore come dono. Come chiesa che abita il margine, le periferie e le terre di confine siamo convinti che i “Centri d&#8217;Ascolto” siamo il segno più bello del quale una comunità si può dotare per lasciarsi evangelizzare dai poveri.</p>
<p>Sarebbe auspicabile che almeno ogni Unità Pastorale avesse, oltre alla Caritas dell&#8217;Unità Pastorale, anche il suo Centro d&#8217;Ascolto, non necessariamente nella forma di “sportello di ascolto”. Crediamo importante che alcune persone si sentano vocazionalmente chiamate essere “antenne”, “avamposti”, “porte aperte” che intercettano, in una sosta di ascolto diffuso, il “grido dei poveri” per aiutare tutta la comunità, da cui sono <em>mandati</em>, ma non <em>delegati</em>, a prendersene cura.</p>
<p><strong>La rete</strong></p>
<p>Per essere chiesa è necessario essere in comunione. E la comunione è ciò che nel mondo degli uomini chiamano “rete”. E a volte, la comunione, è la grande assente dalle esperienze ecclesiali.</p>
<p>Ecco perché fare rete, fare sistema è la sfida per la comunità ecclesiale.</p>
<p>È vero che se abbiamo inventato il “campanile”, il “campanilismo” è il frutto del maligno!</p>
<p>Il <em>campanilismo</em> è la pretesa di bastare a se stessi; è la presunzione di essere unico elemento determinante in un mondo sempre più plurale e complesso; è l&#8217;indice puntato verso il cielo che gode del fatto che lo stolto guardi l&#8217;indice e non ciò che è indicato; è incapacità di costruire comunità inclusive; è autoreferenzialità, è considerarsi il centro assoluto del proprio microcosmo.</p>
<p>La rete-comunione invece è la scelta decisa e precisa di costruire percorsi che esaltano il senso del “noi”; che mettono la persona povera al centro (cfr. <em>Lc 6,6-11 La guarigione dell’uomo dalla mano inaridita);</em> che scelgono il bene comune che è sempre bene di tutti e bene per tutti, a partire dagli ultimi; che sanno lavorare insieme, gioire insieme, piangere insieme; uomini e donne che raccontano il loro essere discepoli del risorto a partire dalla capacità di amarsi: “<em>Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri; come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri. Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri”. </em>(Gv 13,34-35)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Sarebbe sufficiente investire testa e cuore su questi tre percorsi per dare nuova vita alle nostre parrocchie. Ivano Fossati canta: “<em>Serve più coraggio che prudenza!</em>”. Per essere la chiesa del Dio che si fa prossimo alla nostra vita nel segno del “bambino”, l&#8217;incontro con i poveri è necessario quanto il mettersi in ascolto della Parola di Dio. Non possiamo ascoltare il Signore che ci parla nella parola e non ascoltarlo nella parola dei poveri. Così ho scritto nelle conclusioni pastorali del Rapporto Regionale povertà Caritas: “<em>Ci lasciamo verificare dalle parole di Papa Francesco che nei sui gesti quotidiani sa esprimere una vera povertà cristologica o una cristologia della povertà, con accenti che ricordano i profeti dell’antica alleanza o i padri della chiesa. Significativamente ha detto più volte che “il povero è un vicario di Cristo”, proprio lui che mai si definisce il vicario di Cristo. Con audacia si è anche espresso manifestando questo desiderio evangelico: “Quanto vorrei che le comunità in preghiera, quando entra un povero in chiesa, si inginocchiassero in venerazione allo stesso modo come quando entra il Santo Sacramento” (Alla Caritas di Roma, 28 aprile 2015). </em>Anche la Chiesa pisana, della quale la Caritas è espressione ed esperienza, consapevole dei propri limiti e delle proprie mancanze si “inginocchia” davanti a tutte le persone che incontra perché è convinta che essi sono il sacramento storico, la presenza reale di Gesù, Signore della vita.</p>
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		<title>&#8221;Prima chi ha più bisogno&#8221;. La presentazione al Rapporto Povertà 2018 del direttore della Caritas diocesana don Emanuele Morelli</title>
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		<pubDate>Sun, 23 Dec 2018 19:27:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[admincp]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Per riflettere ...]]></category>
		<category><![CDATA[Caritas Pisa]]></category>
		<category><![CDATA[direttore]]></category>
		<category><![CDATA[don Emanuele Morelli]]></category>
		<category><![CDATA[Rapporto Povertà 2018]]></category>

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		<description><![CDATA[Pisa, domenica 23 dicembre 2018 &#8211; “Comunità precarie”. Abbiamo scelto di intitolare così questo XIII Rapporto sulle povertà incontrate dalla rete dei CdA delle Caritas nella nostra diocesi di Pisa, perché siamo fortemente provocati da alcuni segnali che sembrano caratterizzare il nostro tempo. L&#8217;individualismo esasperato, per cui il “mio” sembra aver preso il posto del ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Pisa, domenica 23 dicembre 2018 &#8211; “<em>Comunità precarie</em>”. Abbiamo scelto di intitolare così questo XIII Rapporto sulle povertà incontrate dalla rete dei CdA delle Caritas nella nostra diocesi di Pisa, perché siamo fortemente provocati da alcuni segnali che sembrano caratterizzare il nostro tempo.</p>
<p>L&#8217;individualismo esasperato, per cui il “mio” sembra aver preso il posto del “nostro”. Sembra che sia impossibile coltivare sogni condivisi, una visione di uomo e di società nella quale ci sia posto per tutti e si “riparta dagli ultimi per un genere diverso di vita (cfr. CIPP, 1981)</p>
<p>La presenza di segnali inequivocabili di xenofobia e razzismo, anche nei nostri territori, che sono evidenziati dallo slogan “prima gli italiani” che sconferma alla radice la prospettiva evangelica del “prima chi ha più bisogno” (cfr. Gv 13,34)! Ma da quando in qua un atto di solidarietà ne annulla un altro? Da quando in qua la generosità verso qualcuno in difficoltà si esprime togliendo l’aiuto a qualcun altro? Ci domandiamo: si è più o meno meritevoli di aiuto in base alla razza, al passaporto, al Paese di origine, al colore della pelle?</p>
<p>La scelta di far crescere le paure, dello straniero, del diverso, dell&#8217;altro&#8230; che fanno morire il “prossimo” e portano a giudicare “buonista” chiunque abbia il coraggio di varcare i deboli confini del proprio spazio per condividere qualcosa si sé (tempo, energie, risorse&#8230;).</p>
<p>Il dramma del lavoro che non c&#8217;è rende la convivenza sociale precaria e provvisoria e genera una sorta di “guerra tra poveri” oltre che una radicale mancanza di futuro, di speranza e di prospettiva.</p>
<p>La povertà educativa di tanti minori figli di famiglie impoverite dalla crisi non ci può lasciare indifferenti ma ci deve provocare a gesti coraggiosi.</p>
<p>La scelta di simboli religiosi, come il crocifisso, che svuotati dal loro significato profondo, vengono strumentalizzati per affermare identità e cultura che poi, nei fatti e nelle leggi, sconfermano il proprio il significato profondo dei simboli stessi.</p>
<p>Segnali inquietanti che ci portano a prendere atto del fatto che la nostra vita comune, il nostro essere insieme, il nostro fare comunità si è fatto più fragile, debole e precario.</p>
<p>“<em>Comunità precarie</em>” non è, allora, solo il titolo del XIII Rapporto Povertà della nostra Caritas diocesana ma è un vero e proprio <strong>grido d&#8217;allarme</strong>che proprio le comunità, i territori sono chiamati a raccogliere.</p>
<p>Intendiamo il termine “comunità” in modo plurale, come territorio, copresenza, partecipazione, vicinanza, solidarietà, sicurezza, sentimenti, faccia a faccia, reciproca comprensione, ecc. Abbiamo bisogno di comunità che siano capaci di nuovo di sognare, di far crescere il livello di consapevolezza, di fare rete, di leggere i bisogni e di progettare insieme nuove risposte.</p>
<p><em>Ed abbiamo bisogno che queste capacità si sviluppino anche e soprattutto nelle comunità ecclesiali. I numeri delle povertà chiedono alle nostre parrocchie di diventare “generative”.</em></p>
<p>Anche la comunità cristiana, le nostre parrocchie e le nostre unità pastorali, di fronte a questa che non è solo un epoca di cambiamento ma un vero e proprio cambiamento d&#8217;epoca, è chiamata a sostenere forme di partecipazione, a creare occasioni per l&#8217;impegno civile e per l&#8217;assunzione diretta di responsabilità, del bene comune e per la difesa dell&#8217;ambiente.</p>
<p>Per le nostre comunità parrocchiali il rapporto con il territorio è una dimensione costitutiva e identitaria. II territorio, per la parrocchia, non è solo il luogo di competenza ma anche di appartenenza. La presenza della parrocchia nel territorio si esprime anzitutto nel tessere rapporti diretti con tutti i suoi abitanti, cristiani e non cristiani, partecipi della vita della comunità o ai suoi margini. Presenza nel territorio vuoi dire sollecitudine verso i più deboli e gli ultimi, farsi carico degli emarginati, servizio dei poveri, antichi e nuovi, premura per i malati e per i minori in disagio. Presenza è anche capacità da parte della parrocchia di interloquire con gli altri soggetti sociali del territorio. Ci ricordava Paolo VI in “Ecclesiam Suam”: “<em>La chiesa deve venire a dialogo con il mondo in cui si trova a vivere. La chiesa si fa parola; la chiesa si fa dialogo; la chiesa si fa conversazione</em>”. <strong>Non possiamo esimerci dall&#8217;essere presenza viva nelle periferie “esistenziali”. La prossimità è essenziale per il nostro essere Chiesa.</strong></p>
<p>Generatori di prossimità.</p>
<p>Ci ricordava Enzo Bianchi, al Convegno nazionale delle Caritas diocesane di Cagliari nel 2014: “<em>Se uno si immette nella logica del ricercare chi è il prossimo, sbaglia, perché finirà per prestabilire chi vuole incontrare, finirà per decidere lui il bisogno prossimo, mentre la necessitas è quella di farsi, di rendersi prossimo a chiunque si incontri, a ogni uomo o donna che ci passa accanto. La vera necessitas è la decisione della prossimità verso l&#8217;altro, non importa chi lui o lei sia; non dobbiamo avvicinarci all&#8217;altro perché è nel bisogno, ma l&#8217;altro deve essere reso prossimo in quanto uomo o donna, fratello o sorella in umanità. Nell&#8217;incontro poi conosceremo il suo eventuale bisogno: solo così di può fare un cammino che umanizza chi incontriamo e noi stessi: È la fraternità o la sororità che ci stabilisce quali persone e soggetti, perché nessuno può diventare soggetto senza umanizzarsi, senza la relazione con gli altri”</em>.</p>
<p>Davvero i numeri e le tabelle di questo rapporto, aridi come tutti i numeri e le tabelle, raccontano relazioni, incontri, sempre difficili e complessi, raccontano volti, nomi e storie di fatica che ci chiedono di darci cammino, insieme! Occorre decidere di farci prossimi, di incontrare l&#8217;altro, superando precomprensioni, pregiudizi, fatiche e diffidenze. L&#8217;altro è sempre un fratello &#8211; possiamo aggiungere nella fede &#8211; un fratello per il quale Cristo è morto (1 Cor 8,11).</p>
<p>Ecco perché crediamo che l&#8217;antidoto alla fragilità nostre comunità delle non sia la forza, o la sicurezza, o i divieti&#8230; ma l&#8217;assunzione di uno stile che ci chiede di metterci sempre in discussione, di operare con discernimento e di domandarsi sempre se ciò che facciamo è adeguato all&#8217;opera che si compie e fa davvero il bene della persona che incontriamo.</p>
<p>Ancora Enzo Bianchi ci ammoniva: “<em>Sono convinto che ciò che è urgente per la chiesa e per la Caritas non è in primo luogo aggiungere, aggiungere azioni a quelle in cui siete già impegnati, quanto piuttosto assumere la povertà come stile. È una sfida enorme. (…) &#8220;La seconda sfida caratteristica della chiesa e del cristiano nell&#8217;azione caritativa è certamente l&#8217;umiltà, che potremmo anche definire povertà spirituale: essa permette di raggiungere uomini e donne per i quali non avviene il discernimento e il riconoscimento, se non da parte di chi si sente umile come loro, bisognoso come loro della misericordia di Dio. (…) Non dimenticate dunque: anche una Caritas che non arrivasse ad avere molti mezzi e a fare tante opere, può però sempre fare la carità di chi dà se stesso, la propria presenza all&#8217;altro, agli altri. Questo è ciò che il Signore vuole</em>”</p>
<p>Non esser certi mai, povertà e umiltà sono tre caratteristiche che possono rendere le nostre parrocchie delle comunità con le porte spalancate, ospitali per tutti e significative per molti. Presidi di vita vera in questo mondo incolore; esperienza concreta e gioiosa; segno e strumento di Dio che ama la vita, quella di tutti a partire dagli “ultimi”. Un sogno? <em>E che io che ho imparato a sognare non smetterò!</em></p>
<p>don Emanuele Morelli, direttore Caritas diocesana di Pisa</p>
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		<title>Sabato 14 ottobre la raccolta di Caritas e soci Unicoop per le famiglie in difficoltà del territorio</title>
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		<pubDate>Thu, 12 Oct 2017 13:11:04 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[Cittadella della Solidarietà]]></category>
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		<category><![CDATA[don Emanuele Morelli]]></category>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>Pisa, Giovedi 12 ottobre 2017 &#8211; Gli operatori della Caritas diocesana e i ragazzi e le ragazze in servizio civile. Ma anche i volontari del centro operativo di via delle Sette Volte, della Cittadella della Solidarietà, della Caritas della Valdiserchio, della parrocchia di Sant’Apollinare in Barbaricina. E poi i i volontari delle sezioni soci Coop, i francescani della Gifra e dell&#8217;Ofs, della Compagnia di San Ranieri e i tanti provenienti dalla parrocchia di San Giusto, Porta a Lucca e delle altre che hanno deciso di non far mancare il loro contributo. In tutto fanno quasi <strong>duecento persone che sabato 14 ottobre</strong>, per tutta la giornata, prenderanno parte alla raccolta alimentare per le famiglie in difficoltà del territorio promossa dalla Caritas diocesana di Pisa e dalla <strong>sezione soci di Pisa e Valdiserchio Versilia di Unicoop Firenze</strong>.</p>
<p><a href="http://www.caritaspisa.com/wordpress/wp-content/uploads/2016/01/cittadella-solidarieta.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-2911" src="http://www.caritaspisa.com/wordpress/wp-content/uploads/2016/01/cittadella-solidarieta-300x224.jpg" alt="cittadella solidarieta" width="300" height="224" /></a></p>
<p>Tutti i volontari saranno chiaramente riconoscibili perché indosseranno la pettorina bianca di Unicoop Firenze con la scritta “CondividiAmo” e i generi alimentari raccolti saranno destinati alla <strong>Cittadella della Solidarietà</strong>, il centro voluto dall&#8217;arcivescovo Giovanni Paolo Benotto nei locali della parrocchia del Cep un tempo occupati dal cinema “20+1” e che nel 2016 ha sostenuto 1.337 persone. Sei i punti vendita che hanno aderito all&#8217;iniziativa: si tratta di quelli di San Giusto, Porta a Lucca, Cisanello, Porta a Mare, Tirrenia e Vecchiano. «Ogni donazione sarà, ovviamente, accolta e gradita in quanto gesto di attenzione nei confronti delle famiglie in difficoltà e maggiormente colpite dalla crisi – spiega il direttore della Caritas di Pisa <strong>don Emanuele Morelli</strong> -,ma chiederemo soprattutto olio d&#8217;oliva e di semi, legumi, latte a lunga conservazione, pasta, riso, farina, biscotti, tonno e carne in scatola, ossia quei generi di prima necessità fondamentali per il fabbisogno di ogni famiglia e che, quindi, non possono assolutamente mancare in un centro come il nostro».</p>
<p>«E&#8217; un&#8217;iniziativa che riproponiamo molto volentieri perché il rapporto con il territorio in cui si trovano le nostre strutture è un aspetto cui da sempre, dedichiamo un attenzione e una cura particolare e uno dei modi migliori per farlo, in una fase di crisi come quella che stiamo attraversando, è proprio pensare ad iniziative mirate nei confronti delle tante famiglie in difficoltà – spiega la presidente della sezione soci pisana di Unicoop Firenze <strong>Barbara Cappelletti</strong> -: a Pisa in tal senso siamo particolarmente fortunati per la presenza della “Cittadella della Solidarietà”, un&#8217;eccellenza del nostro territorio e un punto di riferimento fondamentale per tante persone che attraversano un momento di disagio e anche per chi, come noi, promuove iniziative di questo tipo».</p>
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		<title>&#8221;E &#8230; state al servizio per guardare il mondo e la quotidianità da un altro punto di vista&#8221;. L&#8217;arcivescovo Benotto ha incontrato i giovani del secondo campo. La fotogallery.</title>
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		<pubDate>Thu, 22 Jun 2017 08:57:15 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Caritas Pisa]]></category>
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		<category><![CDATA[don Emanuele Morelli]]></category>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>Pisa, 22 giugno 2017 &#8211; &#8221;L&#8217;ascolto è fondamentale, ma il paradosso è che per farlo bene occorre il silenzio. E poi le regole: è fondamentale parlare un po&#8217; per volta, perché se ci parliamo addosso non riusciremo mai a capire quello che ognuno di noi vuol comunicare agli altri&#8221;. E&#8217; partita da qui la riflessione di <strong>monsignor Giovanni Paolo Benotto</strong>, <strong>arcivescovo di Pisa</strong>, che ieri pomeriggio, mercoledi 21 giugno, è andato alla Cittadella della Solidarietà del Cep per salutare i venti ragazzi che hanno preso parte al secondo dei quattro campi di <strong>&#8220;E &#8230; state al servizio&#8221;</strong>, i percorsi di educativi su stili di vita, sobrietà e promozione dei beni comuni, promossi dalla Caritas diocesana di Pisa e rivolti a giovani fra gli 11 e i 19 anni del territorio diocesano (quelli che hanno preso parta al campo iniziato lunedi 19 e chiusosi ieri provenivano dalla parrocchia di Gello e dai comuni di Cascina e Pisa).</p>
<p>&#8221;In esperienze come questa, magari si apprendono anche cose nuove, ma soprattutto &#8211; ha concluso l&#8217;arcivescovo &#8211; <strong>si impara a osservare da un&#8217;altra  prospettiva e dare un altro significato a tanti aspetti della nostra vita cui prima si guardava in modo molto meno attento</strong>&#8221;.</p>

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<a href='https://www.caritaspisa.com/wordpress/e-state-al-servizio-per-guardare-il-mondo-da-un-altro-punto-di-vista-larcivescovo-giovanni-paolo-benotto-ha-incontrato-i-giovani-del-secondo-campo-la-fotogallery/dsc_0402/'><img width="150" height="150" src="https://www.caritaspisa.com/wordpress/wp-content/uploads/2017/06/DSC_0402-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="Al lavoro alla Cittadella" /></a>
<a href='https://www.caritaspisa.com/wordpress/e-state-al-servizio-per-guardare-il-mondo-da-un-altro-punto-di-vista-larcivescovo-giovanni-paolo-benotto-ha-incontrato-i-giovani-del-secondo-campo-la-fotogallery/dsc_0418-2/'><img width="150" height="150" src="https://www.caritaspisa.com/wordpress/wp-content/uploads/2017/06/DSC_04181-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="Alla cassa" /></a>
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<a href='https://www.caritaspisa.com/wordpress/e-state-al-servizio-per-guardare-il-mondo-da-un-altro-punto-di-vista-larcivescovo-giovanni-paolo-benotto-ha-incontrato-i-giovani-del-secondo-campo-la-fotogallery/dsc_0485/'><img width="150" height="150" src="https://www.caritaspisa.com/wordpress/wp-content/uploads/2017/06/DSC_0485-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="Il lavoro dei gruppi ..." /></a>
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<a href='https://www.caritaspisa.com/wordpress/e-state-al-servizio-per-guardare-il-mondo-da-un-altro-punto-di-vista-larcivescovo-giovanni-paolo-benotto-ha-incontrato-i-giovani-del-secondo-campo-la-fotogallery/dsc_0482/'><img width="150" height="150" src="https://www.caritaspisa.com/wordpress/wp-content/uploads/2017/06/DSC_0482-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="Il lavoro dei gruppi ..." /></a>
<a href='https://www.caritaspisa.com/wordpress/?attachment_id=5107'><img width="150" height="150" src="https://www.caritaspisa.com/wordpress/wp-content/uploads/2017/06/DSC_0378-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="Nell&#039;orto sociale coltivati dai senza dimora" /></a>
<a href='https://www.caritaspisa.com/wordpress/?attachment_id=5108'><img width="150" height="150" src="https://www.caritaspisa.com/wordpress/wp-content/uploads/2017/06/DSC_0388-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="Nell&#039;orto sociale coltivati dai senza dimora" /></a>
<a href='https://www.caritaspisa.com/wordpress/e-state-al-servizio-per-guardare-il-mondo-da-un-altro-punto-di-vista-larcivescovo-giovanni-paolo-benotto-ha-incontrato-i-giovani-del-secondo-campo-la-fotogallery/dsc_0414/'><img width="150" height="150" src="https://www.caritaspisa.com/wordpress/wp-content/uploads/2017/06/DSC_0414-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="tutti insieme nel magazzino della Cittadella" /></a>

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		<title>Campionato di giornalismo de La Nazione, immigrazione e povertà fra i temi più gettonati. Ieri la premiazione.</title>
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		<pubDate>Fri, 19 May 2017 12:10:58 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[Immigrazione]]></category>
		<category><![CDATA[campionato giornalismo]]></category>
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		<description><![CDATA[Pisa, venerdi 20 maggio 2017 &#8211; Ben quattro classi hanno scelto di lavorare sui temi suggeriti dalla Caritas diocesana di Pisa che quest&#8217;anno, insieme a molti altri soggetti, ha collaborato all&#8217;iniziativa promossa da oltre quindici anni da La Nazione. Fra di loro anche la 3a B delle scuole &#8220;Mandela&#8221; di San Giuliano Terme che hanno ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Pisa, venerdi 20 maggio 2017 &#8211; Ben <strong>quattro classi</strong> hanno scelto di lavorare sui temi suggeriti dalla Caritas diocesana di Pisa che quest&#8217;anno, insieme a molti altri soggetti, ha collaborato all&#8217;iniziativa promossa da oltre quindici anni da <a href="http://www.lanazione.it/pisa/cronaca/campionato-giornalismo-mandela-1.3126627"><strong>La Nazione</strong></a>. Fra di loro anche la <strong>3a B delle scuole &#8220;Mandela&#8221; di San Giuliano Terme</strong> che hanno realizzato una pagina monografica dedicata proprio all&#8217;<strong>immigrazione</strong> aggiudicandosi il primo premio. Lo stesso argomento è stato sviluppato anche dalla <strong>3a A delle &#8221;Pirandello&#8221; di Lari</strong> mentre la <strong>3a E delle succursali &#8220;Fucini&#8221; di Pisa</strong> e la <strong>2a E delle &#8220;Curtatone&#8221; di Pontedera</strong> hanno sviluppato il tema della marginalità e delle nuove povertà.</p>
<p><a href="http://www.caritaspisa.com/wordpress/wp-content/uploads/2017/05/200517_campionatogiornalismo.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-5020" src="http://www.caritaspisa.com/wordpress/wp-content/uploads/2017/05/200517_campionatogiornalismo-300x225.jpg" alt="200517_campionatogiornalismo" width="300" height="225" /></a></p>
<p>Ieri la premiazione alla Città del Teatro di Cascina, cui è intervenuto anche il <strong>direttore della Caritas diocesana don Emanuele Morelli</strong>.</p>
<p>Nei prossimi giorni saranno pubblicati tutti e quattro gli elaborati.</p>
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		<title>39esimo Convegno Caritas diocesane, don Soddu: &#8221;Giudizio altamente negativo sul decreto sicurezza&#8221;.  L&#8217;intervista del direttore di Caritas Italiana ad Agensir</title>
		<link>https://www.caritaspisa.com/wordpress/39esimo-convegno-caritas-diocesane-don-soddu-giudizio-altamente-negativo-sul-decreto-sicurezza-lintervista-del-direttore-di-caritas-italiana-ad-agensir/</link>
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		<pubDate>Sat, 01 Apr 2017 10:23:09 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[Immigrazione]]></category>
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		<category><![CDATA[decreto sicurezza]]></category>
		<category><![CDATA[direttore]]></category>
		<category><![CDATA[Francesco Soddu]]></category>

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		<description><![CDATA[dall&#8217;inviato Patrizia Caiffa &#8211; Castellaneta (Taranto), venerdi 31 marzo 2107 &#8211; Povertà e tutela dell’ambiente, carcere, disoccupazione giovanile, sfruttamento lavorativo: tante le urgenze su cui i 530 delegati delle Caritas di 155 diocesi italiane si sono confrontati nell’ambito dello “sviluppo umano integrale”, tema centrale del 39° convegno che si è svolto, dal 27 al30 marzo, ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>dall&#8217;inviato Patrizia Caiffa &#8211; Castellaneta (Taranto), venerdi 31 marzo 2107 &#8211; Povertà e tutela dell’ambiente, carcere, disoccupazione giovanile, sfruttamento lavorativo: tante le urgenze su cui i <strong>530 delegati delle Caritas di 155 diocesi italiane</strong> si sono confrontati nell’ambito dello “sviluppo umano integrale”, tema centrale del 39° convegno che si è svolto, dal 27 al30 marzo, a Castellaneta (Taranto). Ne abbiamo parlato <strong>con don Francesco Soddu</strong>, direttore di Caritas italiana, con uno sguardo all’attualità.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong><img class="aligncenter size-medium wp-image-4992" src="http://www.caritaspisa.com/wordpress/wp-content/uploads/2017/04/010417_soddu-300x195.jpg" alt="010417_soddu" width="300" height="195" />Al Senato è stata votata la fiducia al decreto sicurezza sull’immigrazione che reintroduce, tra l’altro, i centri di identificazione per le espulsioni. Quale valutazione?</strong><br />
Non possiamo che esprimere un giudizio altamente negativo perché i diritti della persona devono essere comunque salvaguardati. Da tempo Caritas italiana, insieme ad altri organismi, si è fatta portavoce dei diritti da rispettare. I centri di accoglienza devono svolgere la funzione per cui sono nati, senza trasformarli in altro. Si torna così al vecchio binomio immigrazione-sicurezza. Per noi invece è prioritario che qualsiasi atto che riguardi una persona, che sia di carattere amministrativo e di altra natura, abbia a fondamento il rispetto dei diritti che in molti casi non viene garantito nei Paesi di origine. I muri che sempre più vengono costruiti nel mondo, anche in Europa, quelli che vengono pianificati, ostentati, minacciati, ci possono separare dai nostri fratelli migranti e da quelli che hanno bisogno di noi, manon potranno mai fermare la nostra solidarietà.</p>
<p><strong>Quale giudizio sull’approvazione della legge sui minori migranti non accompagnati?</strong><br />
Senza ombra di dubbio il giudizio è positivo. È un traguardo che vede l’Italia come apripista di un percorso. È un obiettivo raggiunto. L’Italia deve tenere sempre alti questi valori, in modo tale che chi è chiamato a concorrere al bene comune delle persone trovi un modello da seguire.</p>
<p><strong>Il governo ha sei mesi di tempo per realizzare una legge che preveda il reddito d’inclusione sociale. Aspettative?</strong><br />
Ciò che è avvenuto in questi anni è già una grande cosa. Non è tutto quello che abbiamo auspicato con la nascita nel 2012 dell’Alleanza contro la povertà, sostenuta dalla Chiesa italiana tramite Caritas italiana. Questo impegno ha portato all’approvazione al Senato, il 9 marzo, della Legge delega sulla povertà: per la prima volta, nella storia del nostro Paese, il Parlamento ha definito una reale misura di contrasto alla povertà assoluta. Si tratta di un deciso passo in avanti, pur nella consapevolezza della necessità di una decretazione attuativa all’altezza della sfida: vale a dire uno strumento di lotta alla povertà capace d’includere progressivamente tutte le persone e le famiglie più povere. C’è stato un cambiamento soprattutto nella terminologia. Certi termini come “sostegno attivo all’inclusione attiva” erano impensabili cinque anni fa. Certo, si deve ancora molto lavorare, soprattutto, riguardo alla copertura finanziaria di certi progetti.</p>
<p><strong>Nei giorni scorsi sono arrivate altre famiglie siriane a Manfredonia attraverso i canali umanitari: è un cambio di prospettiva per la Caritas?</strong><br />
Non direi un cambio di prospettiva: la Caritas ha opportunità diverse rispetto al passato, garantite da una visione più concreta da parte della Conferenza episcopale italiana. Noi siamo il braccio operativo e siamo molto contenti e soddisfatti di poter mettere in campo uno strumento di questo tipo. Senza l’aiuto dell’8xmille non sarebbe stato possibile. Da un punto di vista istituzionale Caritas italiana, insieme a Migrantes, non hanno mai cessato di richiamare l’attenzione per mettere in atto questi canali umanitari. È ovvio che le risorse finanziarie sono determinanti. Naturalmente vi è molto altro dietro, come la rete delle persone e l’impegno Caritas che si fa garante sia a monte sia in transito dell’accoglienza, ad esempio con il progetto “Protetto: rifugiato a casa mia” che vede impegnata tutta la nostra rete.</p>
<p><strong>C’è anche un diritto del migrante a tornare nel proprio Paese. La Chiesa italiana sta stanziando fondi?</strong><br />
C’è un diritto a rimanere nella propria terra che è altro da quanto intende dire parte della politica italiana dicendo “Aiutiamoli a casa loro facendoli rimanere lì”. Si tratta di avere una vita degna nella propria terra. La nostra attenzione è sempre stata alta, attraverso la cooperazione allo sviluppo e la promozione di microprogetti. In questo periodo la Chiesa italiana si è fatta promotrice di un progetto molto importante ed interessante che vede almeno tre fasi: i luoghi di partenza, di transito e di arrivo. Con una attenzione speciale ai minori non accompagnati. Abbiamo individuato le zone dell’Africa da cui provengono maggiormente i migranti, cercando di costruire dei progetti appositi in Mali, Somalia, Nigeria e altri. Nei Paesi di transito e in Italia, nei punti di arrivo e nei luoghi dove vengono accolti. La legge sui minori non accompagnati appena approvata può facilitare la costruzione di questa progettazione.</p>
<p><strong>I centri di accoglienza, le mense, i centri d’ascolto sono ancora pieni di poveri italiani: quali prospettive?</strong><br />
Le mense rimangono sempre molto sature. In questo senso dovremmo fare un salto qualitativo, cioè capire che oltre le mense esiste la promozione della persona. Ossia dare la possibilità alle persone di costruirsi il pasto, oltre a procurarsi il cibo. Dovremmo passare dalle “mense” alla “mensa della famiglia”.</p>
<p><strong>Poi c’è il nervo scoperto della disoccupazione giovanile al 40%. </strong><br />
Si è parlato dei giovani soprattutto nei gruppi di lavoro, nei richiami del presidente, negli interventi del card. Turkson e nelle testimonianze. Ai giovani bisogna presentare modelli di vita e opportunità lavorative. Oggi possono essere intercettati sia come portatori di bisogni, anche molto urgenti – lavoro, formazione, salute – sia come risorse straordinarie per incontrare e servire le povertà con la loro carica, energia, freschezza e sguardo nuovo. Perciò, non si deve avere paura di offrire loro proposte forti e ruoli di maggiore responsabilità nei progetti che vengono messi in campo. Il lavoro non potremo mai preconfezionarlo. Esistono dei progetti che facilitano un percorso cristiano della persona all’interno del lavoro come il “Progetto Policoro”. Inoltre rimane sempre strategico investire o rafforzare risorse ed energie nel mondo della scuola, anche valorizzando l’integrazione e la cooperazione con altri soggetti ecclesiali.</p>
<p><strong>Quali sono oggi le povertà emergenti?</strong><br />
La mancanza di lavoro e tutto ciò che ruota intorno al mondo del lavoro, come lo sfruttamento. Da qui nascono tutte le ombre del nostro Paese che possiamo classificare entro e dietro il termine “mafie”, che offrono lavoro ma sono orientate invece all’utilizzo e allo sfruttamento della persona. Ma la povertà più grande è quella relazionale e richiama molto l’aspetto educativo e la funzione pedagogica della Caritas.</p>
<p><strong>La tutela dell’ambiente contro danni, come l’inquinamento, è stata centrale nel convegno. Una nuova attenzione?</strong><br />
Sono tutte le attenzioni in cui la Chiesa è chiamata a svolgere la propria missione. Non si può promuovere l’uomo a prescindere da ciò che lo circonda e sfruttando tutto ciò che gli è stato dato. Bisogna salvaguardare l’ambiente per la propria crescita e la crescita della società. Se viene a mancare si parla di sfruttamento del territorio che si rivolge contro l’uomo stesso.<br />
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31 marzo 2017 © Riproduzione Riservata</p>
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		<title>Siamo una società civile quando &#8221;dichiariamo guerra&#8221; alla povertà. L&#8217;intervento del direttore don Emanuele Morelli su Equagenda 2016</title>
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		<pubDate>Sun, 08 Nov 2015 10:37:41 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Provate ad immaginare un mondo in cui tutti pensano allo stesso modo, vestono con gli stessi vestiti e parlano la stessa lingua&#8230; Solo immaginarlo mi rende triste. Un mondo così è noioso e grigio. A me, invece, piace un mondo a colori dove la diversità sia la nostra ricchezza, accogliendo la sfida di comporla in ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Provate ad immaginare un mondo in cui tutti pensano allo stesso modo, vestono con gli stessi vestiti e parlano la stessa lingua&#8230; Solo immaginarlo mi rende triste. Un mondo così è noioso e grigio. A me, invece, piace un mondo a colori dove la diversità sia la nostra ricchezza, accogliendo la sfida di comporla in armonia.<strong> Affermare il diritto ad essere diversi diventa oggi necessario</strong>. Si, siamo tutti uguali proprio perché siamo tutti diversi.</p>
<p>Il problema nasce quando non riusciamo a comporre e valorizzare la diversità, e questa si declina con il vocabolario delle minori opportunità, della disuguaglianza e dell&#8217;esclusione sociale e diventa condizione di impoverimento e di deprivazione. La povertà colora di nero la diversità perché genera minori opportunità di vita. E non mi riferisco solo alla povertà economica ma anche e soprattutto alla povertà relazionale.<strong> Siamo società civile quando “dichiariamo guerra” alla povertà</strong> costruendo percorsi di inclusione sociale. Io credo che una società sia davvero “civile” quando include, quando non lascia nessuno indietro, quando offre a tutti pari opportunità di crescita, quando investe sul capitale umano, quando accompagna, confronta, conforta e verifica, quando “crede negli esseri umani che hanno il coraggio di essere umani”.</p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.caritaspisa.com/wordpress/wp-content/uploads/2015/11/image1.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-2311" src="http://www.caritaspisa.com/wordpress/wp-content/uploads/2015/11/image1-224x300.jpg" alt="image" width="224" height="300" /></a></p>
<p><em>Quali percorsi di inclusione allora?</em><br />
<strong>Il primo</strong>. Generare relazioni corte e calde. Viviamo troppo distanti gli uni dagli altri. Sembriamo preferire il virtuale al reale ma siamo consapevoli che l&#8217;alternativa all&#8217;intimità è la disperazione e l&#8217;isolamento.<br />
<strong>Il secondo</strong>. Condividere quello che siamo e quello che abbiamo, fossero anche le “briciole”. Per combattere la povertà occorre metterci del nostro. Siamo consapevoli che “solo il pane condiviso può essere moltiplicato”. Io credo che il primo e più profondo antidoto alla crisi sia re-imparare la cultura del dono di sé.<br />
<strong>Il terzo.</strong> La sfida è culturale. Occorre costruire percorsi che parlano alla vita della gente, non alla testa né alla pancia ma alla vita. Costruendo percorsi di partecipazione e di protagonismo riusciremo a generare ricchezza perché dalla crisi possiamo uscirci solo insieme praticando un nuovo modo di vivere.<br />
Il quarto. Cambiare le politiche. Auspico politiche che mettano davvero al centro gli ultimi. Occorre trasformare il welfare da assistenziale a generativo, che promuove umanità libera e consapevole, che si accorge delle “gemme terminali”, le possibilità di ogni umano, le sostiene, le potenzia e le valorizza.</p>
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		<title>Con-dividere per moltiplicare. L&#8217;editoriale di giugno-luglio del direttore della Caritas diocesana don Emanuele Morelli</title>
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		<pubDate>Tue, 23 Jun 2015 11:40:21 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Con-dividere per moltiplicare è il tema ed il senso della partecipazione della famiglia Caritas a EXPO 2015. Ha detto il cardinale Oscar Rodriguez Maradiaga, già Presidente di Caritas Internationalis: “Siamo a EXPO perché Caritas Internationalis, con le sue 164 organizzazioni in tutto il mondo, ha molto da dire a proposito della fame nel mondo. Ogni ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Con-dividere per moltiplicare</strong> è il tema ed il senso della partecipazione della<a href="http://www.caritasitaliana.it/home_page/area_stampa/00005765_Caritas_ad_EXPO_Milano_2015.html"><strong> famiglia Caritas a EXPO 2015</strong></a>. Ha detto il cardinale <strong>Oscar Rodriguez Maradiaga, già Presidente di Caritas Internationalis</strong>: “<i>Siamo a EXPO perché Caritas Internationalis, con le sue 164 organizzazioni in tutto il mondo, ha molto da dire a proposito della fame nel mondo. Ogni giorno incontriamo i poveri, gli affamati, gli esclusi e ogni giorno sappiamo che sradicare la fame nel mondo significa difesa della dignità umana</i>”. È vero! Anche se &#8220;dividere per moltiplicare&#8221; sembra un controsenso, un ossimoro, come dire &#8220;disgustoso piacere&#8221; o &#8220;silenzio assordante&#8221;. Come si può dividere qualcosa per avere di più? Eppure “dividere per moltiplicare” è una strategia vincente che da sempre esiste in natura. Ce lo insegna la fisica, la chimica e la biologia. L&#8217;origine della vita nasce da una divisione di cellule che genera moltiplicazione di persone; la condivisione delle idee genera la moltiplicazione dei progetti; la condivisione del cibo attorno alla stessa mensa genera la moltiplicazione dell&#8217;amicizia.</p>
<p>Allora perché non scegliere questo principio anche nella vita di tutti i giorni, nelle politiche per l&#8217;uomo e nella cura del pianeta? Oltretutto pare proprio che “con-dividere per moltiplicare” sia stata <strong>prassi usuale di Gesù</strong>. Marco racconta (Mc 6,30-45) che Gesù moltiplica il pane per la moltitudine solo dopo che i discepoli hanno condiviso con lui il poco che avevano, cinque pani e due pesci. “<i>Presi i cinque pani e i due pesci, levò gli occhi al cielo, pronunziò la benedizione, spezzò i pani e li dava ai discepoli perché li distribuissero</i>”. Solo il pane condiviso può essere moltiplicato. Ma sopratutto afferma che sul piatto della fame delle moltitudini la pietanza deve essere la vita dei discepoli: “<i>Date loro voi stessi (come cibo) da mangiare</i>” La condivisione/moltiplicazione dei pani è un&#8217;azione di una forza straordinaria, come quelle usate dai profeti per annunziare la volontà di Dio e per innestarla ed iniziarla nel presente dei loro uditori. Un atto straordinario, simbolico, provocatorio che costituisce un preludio creativo del futuro di Dio. Condividere per moltiplicare non è solo un esempio per far capire meglio le parole: ma innesta nella nostra storia la realtà che annuncia. Noi, attori di questo gesto, siamo <strong>invitati a ripensare la nostra vita e cambiare modo di essere</strong>. Per questo i<strong>l gesto del pane spezzato e condiviso</strong> richiede una risposta di vita altrettanto profetica ed <strong>è “atto critico” dentro ogni società.</strong> Gesù nel dono eucaristico del pane e del calice dona se stesso, dona la sua stessa morte come coronamento di una vita vissuta nella pro-esistenza, in quei gesti egli ha riassunto tutto il suo essere ed agire . Quel “fate questo in memoria di me” non deve essere la ripetizione “teatrale” del gesto di Gesù. Non ci possiamo accontentare di ripetere il segno nella sua forma esteriore, ma <strong>dobbiamo lasciarci provocare dal significato profondo del segno che compiamo</strong>. <strong>L&#8217;eucarestia</strong> che celebriamo ci chiede di prendere la forma del pane spezzato e condiviso, di essere esperienza di condivisione nella nostra vita quotidiana. Scriveva il <strong>vescovo Plotti</strong> negli Orientamenti Pastorali 2004 “<i>Siamo chiamati a fare quello che ha fatto il Signore nei gesti della nostra vita quotidiana. Non possiamo permetterci di ridurre al livello dei riti la pro-vocazione alla pro-esistenza (la vita che diventa dono per gli altri) contenuta del duplice segno eucaristico del pane condiviso e dei piedi lavati. Se ciò che la Chiesa celebra è norma di ciò che la stessa Chiesa crede, c’è altresì bisogno che la vita dei credenti e la testimonianza delle comunità cristiane non smentiscano ciò che viene celebrato e creduto, ma ne completino e ne esprimano la verità e l’efficacia. La fede e l’azione di grazie diventano visibili al mondo attraverso la vita sociale, professionale e familiare dei cristiani, il loro impegno civile, culturale e caritativo, il loro agire economico e politico”</i>. Dobbiamo permettere all’incontro con il Signore risorto di riconsegnarci alla pienezza della nostra vita che non è altro che “diventare umani”. Condividere oltre che condizione necessaria per moltiplicare e far crescere il ben-essere è ciò che ci fa restare umani. I percorsi della condivisione non sono gesti o atti straordinari che fanno di noi dei super eroi ma gesti ordinari di una diversa normalità, quella di “<i>esseri umani che hanno il coraggio di essere umani!</i>” (cit.)</p>
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