Il cristianesimo come arte dell’ascolto. La relazione di padre Emiliano Biadene, monaco di Bose, agli operatori delle Caritas toscane

 

Pisa, lunedi 9 ottobre 2017 – Riportiamo di seguito la relazione dedicato al tema dell’ascolto di padre Emiliano Biadene, monaco di Bose della fraternità di Cellole (San Gimignano), fatta il 4 ottobre scorso ai referenti delle Caritas della Toscana impegnati nei centri d’ascolto. 
Introduzione. Ascoltare sembra un’operazione abituale, quasi “banale”, eppure l’ascolto autentico è raro e difficile. Costantemente immersi come siamo in rumori di vario tipo, sollecitati da messaggi “multiformi”, non conosciamo più il silenzio come ambiente e condizione indispensabile all’ascolto, ascolto della nostra coscienza e all’ascolto dell’altro, ascolto della parola di Dio.

Silenzio e ascolto, infatti, pur non identificandosi, si nutrono “reciprocamente” ed è nel silenzio che la parola può “risuonare” nitidamente. Solo lasciando che il nostro silenzio sia abitato da quanto abbiamo ascoltato in profondità che evitiamo di cadere nel “mutismo” o nella chiacchiera e nel “non senso”. Così, sempre più incapaci di silenzio “fecondo”, finiamo per smarrire anche l’arte dell’ascolto.

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La condizione dell’ascolto: il Silenzio.  La capacità di ascolto nasce dalla capacità di silenzio: questo è il principale accento cha ha sempre avuto la tradizione monastica parlando della’ascolto.

Una buona pedagogia dell’ascolto che può prendere le mosse solo dal silenzio. Sì, “ascoltare il silenzio” può sembrare un ossimoro, invece è la chiave che apre il mondo dell’ascolto autentico e della comprensione di ciò che si sente.

Se nella nostra società “l’uomo è diventato un’appendice del rumore” (Max Picard), si fa sempre più urgente l’esigenza che ciascuno ritrovi la propria umanità attraverso la riscoperta del silenzio e l’apprendimento dell’antichissima arte di “ascoltare il silenzio”. Impresa certo non semplice, se già Eraclito di Efeso (VI sec. A.C.) definiva i propri simili come “incapaci di ascoltare e di parlare”: da allora forse abbiamo l’impressione di aver compiuto passi in avanti nella capacità di parlare, ma certo quanto ad ascolto sembriamo ancora bambini.

La tradizione spirituale non solo cristiana ha sempre riconosciuto l’essenzialità del silenzio per una vita interiore autentica. Solo il silenzio, infatti, rende possibile l’ascolto, cioè l’accoglienza in sé non soltanto della parola pronunciata, ma anche della presenza di colui che parla. Il silenzio è linguaggio della profondità, della pre­senza all’altro e anche dell’amore dell’altro. Del resto, nell’esperienza amorosa il silenzio è spesso linguaggio molto più eloquente, intenso e comunicativo delle parole. Purtroppo oggi il silenzio è raro, è forse la realtà maggiormente assente nelle nostre giornate: siamo bombardati da messaggi sonori e visivi, i rumori ci derubano della nostra interiorità e le parole stesse vengono immiserite dal loro essere urlate, ridotte a slogan o invettive. Abbiamo bisogno del silenzio! Ci è necessario da un punto di vista pret­tamente antropologico, perché l’uomo, che è un essere di relazione, comunica in modo equilibrato e significativo soltanto grazie all’armonico rapporto fra parola e silenzio.

Ma abbiamo bisogno del silenzio anche dal punto di vista spirituale. Per la fede ebraica e cristiana il silenzio è una dimensione teologica: sul monte Oreb, il profeta Elia percepì di essere alla presenza di Dio non nel frastuono di venti, tuoni e terremoto ma solo quando ascoltò “la voce di un silenzio sottile” (1Re 19,12). Ignazio di Antiochia, (padre della chiesa del III sec.) dirà che Cristo è “la Parola che procede dal silenzio”. Non si tratta semplicemente dell’astenersi dal parlare o dell’assenza di rumori, ma del silenzio interiore, quella dimensione che ci restituisce a noi stessi, ci pone sul piano dell’essere, di fronte all’essenziale. “Nel silenzio è insito un meraviglioso potere di osservazione, di chiarificazione, di concentrazione sulle cose essenziali” (Dietrich Bonhoeffer). Il silenzio è custode dell’interiorità in quanto ci conduce da una dimensione primaria e “negativa” di sobrietà, di­sciplina nel parlare o addirittura di astensione da parole, a un livello più profondo, di intensa vita spirituale: cioè al far tacere i pensieri, le immagini, le ribellioni, i giu­dizi, le mormorazioni che nascono nel cuore. È il difficile silenzio interiore, quello che trova il proprio ambito vitale nel cuore, luogo della lotta spirituale. Ma proprio questo silenzio profondo genera l’attenzione, l’accoglienza, l’empatia nei confronti dell’altro, capacità di ascolto.

Il silenzio scava nel nostro profondo uno spazio per farvi abitare l’alterità, per farne risuonare la parola e, al tempo stesso, ci dispone all’ascolto intelligente, al parlare misurato, al discernimento di ciò che brucia nel cuore dell’altro e che è celato nel silenzio da cui nascono le sue parole. Il silenzio, allora, quel silenzio, suscita in noi la carità, l’amore del fratello. “Il silenzioso diventa fonte di grazia per chi ascolta” aveva affermato san Basilio. Per il cristiano, il rimando all’ascolto obbediente della Parola di Dio, all’accoglienza del Verbo fatto carne è evidente ed estremamente eloquente. Non a caso è questo il silenzio che proviene a noi da una lunga storia spirituale: è il silenzio cercato e praticato dagli esicasti per ottenere l’unificazione del cuore, il silenzio della tradizione monastica finalizzato all’accoglienza in sé della parola di Dio, il silenzio della preghiera di adorazione della presenza di Dio. Ma è anche il silenzio caro ai mistici di ogni tradizione religiosa e, ancor prima, è il silenzio di cui è intriso il linguaggio poetico, il silenzio che costituisce la materia stessa della musica, il silenzio essenziale a ogni atto comunicativo. Il silenzio, evento di profondità e di unificazione, rende il corpo eloquente conducendoci ad abitare il nostro corpo, a nutrire la nostra vita interiore, guidandoci a quell’habitare secum così prezioso per la tradizione monastica. Dice la Regola Monastica di Bose al par. 28: «Nel consiglio occorre cercare di fare silenzio in se stessi per ascoltare gli altri, ciascuno degli altri, la volontà di Dio sulla comunità e sulle decisioni da prendere».

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Cosa significa ascoltare? L’ascolto è un movimento umano, umanissimo, il cui apprendimento richiede un percorso. Si tratta di imparare a distinguere tra ascoltare e sentire. Ascoltare è atto intenzionale, voluto, deciso. Se sentire è meccanico, ascoltare è una decisione che impegna tutto l’essere umano e ha come obiettivo di comprendere l’altro. Così ascoltare implica concentrazione, attenzione, preparazione, non improvvisazione.

Richiede profondità, in quanto l’ascolto non si limita alle parole ma al linguaggio del corpo, alla sofferenza profonda dell’altro, all’invisibile che agisce l’altro e si manifesta nelle parole e nei gesti, nei tic linguistici e corporei. Ascoltare esige che si rompa con i pregiudizi, con le etichette e le precomprensioni. Ascoltare è atto di purificazione delle idee che abbiamo sull’altro. L’altro non è una categoria, ma un volto preciso e unico. La sua unicità è rinvio al mistero che lo preserva dall’essere totalmente compreso e definito.

Riconoscere le paure e le aspettative, i pregiudizi e le precomprensioni che inficiano il nostro ascolto è essenziale per poter contemplare la verità di noi stessi e dell’altro. L’ascolto poi, che è anche e sempre ascolto di sé, di ciò che l’altro suscita in noi, dei movimenti del nostro cuore e delle emozioni che ci abitano, richiede tempo. Occorre prendersi tempo per ascoltare. La fretta è nemica dell’ascolto. L’ascolto chiede pazienza, il rimettersi ai tempi dell’altro: dare ascolto è dare tempo all’altro, è dare parola all’altro, è, infine, dare vita all’altro perdendo un po’ della propria vita, del proprio tempo e delle proprie energie.

L’ascolto esige tempo perché anche la comprensione lo esige e i tempi dell’espressione e della comprensione spesso non coincidono. Ed esige tempo perché anche la risposta lo esige. Ascoltare è un’arte perché diviene atto di ospitalità verso l’altro. Occorre avere un’interiorità sgombra per potervi far entrare l’altro, per scavare in sé uno spazio di accoglienza dell’altro. E ascoltare implica anche che noi ridimensioniamo e sgonfiamo il nostro ego.

L’ascolto esige pudore, la discrezione di chi accoglie le parole dell’altro che ci sta facendo fiducia consegnandoci le sue confidenze. L’ascolto è un’ascesi che chiede di sapersi decentrare dal proprio ego per non essere distratti e occupati dalle proprie sofferenze e dai propri pensieri e divenire così grembo accogliente per l’altro che può trovare rigenerazione dal nostro ascolto.

Ascoltare significa inoltre discernere, vagliare, operare una scelta fra gli elementi che accompagnano il messaggio dell’altro. Così infatti si dice nella Regola Monastica di Bose a proposito del priore: «L’altro carisma è quello del discernimento: con questo si edifica l’unità della comunità. Discernimento significa comprensione del fratello, ascolto di lui, e da questo deriva il lavoro di comunione in comunità» par.30.

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L’ascolto di Dio. L’ascolto dell’uomo porta a conoscere l’ascolto di Dio come dimensione in cui egli stesso è immerso, che lo precede e lo fonda.

Il cristiano ha piena coscienza che la sua capacità di parlare al suo Dio dipende dall’ascoltarlo, perché nessuno può vedere Dio. La fede, dice l’apostolo Paolo, nasce dall’ascolto: fides ex auditu (cf. Romani 10,17) e la preghiera è anzitutto ascolto, un ascolto di Dio attraverso quel sacramento della sua Parola che sono le Scritture, e un ascolto di Dio nella storia, nel quotidiano; un ascolto possibile quando la lunga frequentazione con l’Evangelo ha educato il discernimento del credente. Il cristiano trova infatti la fonte del suo vedere nell’ascoltare. Non stupisce pertanto che il cristianesimo sia anzitutto un’ascesi dell’ascolto, un’arte dell’ascolto.

Dice la nostra Regola di Bose nel prologo, al par.1: « segui, come discepolo, il tuo Maestro, nell’ascolto della sua parola: sia che tu vegli sia che tu dorma, la notte e il giorno, essa germoglia e cresce senza che tu sappia come!».

L’ascolto è quindi centrale nella vita di fede. Esso allora necessita di vigilanza: occorre fare attenzione a ciò che si ascolta (Marco 4,24), a chi si ascolta (Geremia 23,16; Matteo 24,4-6.23; 2 Lettera a Timoteo 4,3-4), a come si ascolta (Luca 8,18). Occorre cioè dare un primato alla Parola sulle parole, alla Parola di Dio sulle molteplici parole umane, e occorre ascoltare con “cuore buono e largo” (Luca 8,15). Occorre un continuo discernimento fra la Parola e le parole, una faticosa opera di riconoscimento della Parola di Dio nelle parole umane, della sua volontà negli eventi storici, e la disposizione globale di tutta la persona umana. Nella vita spirituale si cresce a misura che si scende nelle profondità dell’ascolto.

Ascoltare infatti significa non solo confessare la presenza dell’altro, ma accettare di far spazio in sé a tale presenza fino a essere dimora dell’altro. L’esperienza dell’inabitazione della presenza divina in sé (le visite del Verbo di cui san Bernardo più volte si confessa beneficiario a seguito della sua lectio biblica) non è dissociabile dal divenire capaci di «dare ospitalità» agli altri grazie all’ascolto. Il Monastero è nato come la casa dell’ascolto della Parola e casa di accoglienza per gli uomini e le donne che vengono in visita e in sosta.

L’ascolto «di Dio», con tutte le dimensioni – di silenzio, di attenzione, di interiorizzazione, di sforzo spirituale per trattenere ciò che si è ascoltato, di decentramento da sé e ricentramento sull’Altro – diviene accoglienza, o meglio, svelamento in sé di una presenza intima a noi più ancora di quanto lo sia il nostro stesso «io». Ma il luogo di Dio non è altro che la persona umana. Dice ancora la Regola di Bose al par.2: «Sforzati di credere alla presenza di Dio che è in tutti e dappertutto. Consacrati alla conoscenza della divina presenza fino a testimoniarla nella compagnia degli uomini».

Per la Bibbia, infatti, Dio è «Colui che parla», e parlando cerca relazione con l’uomo e suscita la sua libertà: infatti, se la parola è un dono, essa può sempre essere accolta o rifiutata. Per questo la vita spirituale cristiana fa anche della lettura un’ascesi, un movimento di incontro con Colui che parla attraverso la pagina biblica

La tradizione ebraica chiama Miqra’ la Bibbia, con termine che indica una «chiamata» a uscire «da» per andare «verso»: ogni atto di lettura della Bibbia, per un credente, è l’inizio di un esodo, di un cammino di uscita da sé per incontrare un Altro. Un esodo che avviene essenzialmente nell’ascolto! Non a caso le narrazioni bibliche dicono che il grande ostacolo al cammino di liberazione esodico del popolo d’Israele dall’Egitto fu la «durezza di cuore», la «dura cervice», cioè l’ostinazione a non ascoltare Dio per ascoltare solo se stessi.

Ma è anche vero che l’esperienza biblica, e poi l’esperienza del credente, scopre che Dio è anche «Colui che ascolta la preghiera». L’ascolto dell’uomo porta a conoscere l’ascolto di Dio come dimensione in cui egli stesso è immerso, che lo precede e fonda. Dice Paolo: «In Lui viviamo, ci muoviamo ed esistiamo» (Atti 17,28). L’ascolto è l’atteggiamento contemplativo, antiidolatrico per eccellenza. Grazie ad esso il cristiano cerca di vivere nella coscienza della presenza di Dio, dell’Altro che fonda il mistero irriducibile di ogni alterità. Il cristiano vive di ascolto.

“Parla, Signore, che il tuo servo ascolta” (1 Libro di Samuele 3,10): queste parole esprimono bene il fatto che l’ascolto, secondo la rivelazione ebraico-cristiana, è l’atteggiamento fondamentale della preghiera. E contestano un nostro frequente atteggiamento che si vuole di preghiera ma che riduce al silenzio Dio per lasciar sfogare le nostre parole. Dunque la vita cristiana è anzitutto ascolto: essa infatti non è tanto espressione dell’umano desiderio di autotrascendimento, quanto piuttosto accoglienza di una presenza, relazione con un Altro che ci precede e ci fonda. Per la Bibbia, Dio non è definito in termini astratti di essenza, ma in termini relazionali e dialogici: egli è anzitutto colui che parla, e questo parlare originario di Dio fa del credente un chiamato ad ascoltare. E’ emblematico il racconto dell’incontro di Dio con Mosè al roveto ardente (cf. Esodo 3,1-14): Mosè si avvicina per vedere lo strano spettacolo del roveto che brucia senza consumarsi, ma Dio vede che si era avvicinato per vedere e lo chiama dal roveto interrompendo il suo avvicinarsi. Il piano della visione è iniziativa umana che porta l’uomo a ridurre la distanza da Dio: la ricerca della visione è protagonismo umano, è scalata dell’uomo verso Dio, invece il Dio che si rivela fa entrare Mosè nel piano dell’ascolto e conserva la distanza tra Dio e uomo che non può essere valicata affinché possa esservi relazione: “Non avvicinarti!” (Esodo 3,5). E ciò che era uno strano spettacolo diviene per Mosè presenza familiare: “io sono il Dio di tuo padre” (Esodo 3,6). A Prometeo che sale l’Olimpo per rubare il fuoco si oppone Mosè che si ferma di fronte al fuoco divino e ascolta la parola.

A partire da quell’ascolto originario e generante, la vita e la preghiera di Mosè saranno due aspetti inscindibili dell’unica responsabilità di realizzare la parola ascoltata. Nell’ascolto Dio si rivela a noi come presenza antecedente ogni nostro sforzo di comprenderla e di coglierla. Dunque il vero orante è colui che ascolta. Per questo “ascoltare è meglio dei sacrifici” (1 Libro di Samuele 15,22), è cioè meglio di ogni altro rapporto tra Dio e uomo che si fondi sul fragile fondamento dell’iniziativa umana. Se la preghiera è un dialogo che esprime la relazione tra Dio e l’uomo, l’ascolto è ciò che immette l’uomo nella relazione, nell’alleanza, nella reciproca appartenenza: “Ascoltate la mia voce! Allora io sarò il vostro Dio e voi sarete mio popolo” (Geremia 7,23). Capiamo allora perché tutta la Scrittura sia attraversata dal comando dell’ascolto: è grazie all’ascolto che noi entriamo nella vita di Dio, anzi, consentiamo a Dio di entrare nella nostra vita.

L’ascolto immette nella relazione di filialità con il Padre: non a caso il Nuovo Testamento indica che è Gesù, il Figlio, Parola fatta carne, che deve essere ascoltato: “Ascoltate lui!” dice la voce dalla nube sul monte della Trasfigurazione indicando Gesù (Marco 9,7).

Ascoltando il Figlio noi entriamo nella relazione con Dio e possiamo nella fede rivolgerci a Lui dicendo “Abbà” (Romani 8,15; Galati 4,6), “Padre nostro” (Matteo 6,9). Ascoltando il Figlio veniamo generati a figli. Con l’ascolto la Parola efficace e lo Spirito ricreatore di Dio penetrano nel credente divenendo in lui principio di trasfigurazione, di conformazione al Cristo. Ecco perché essenziale al credente è avere “un cuore che ascolta” (1 Libro dei Re 3,9). E’ il cuore che ascolta attraverso l’orecchio! Cioè l’orecchio non è semplicemente, secondo la Bibbia, l’organo dell’udito, ma la sede della conoscenza, dell’intelletto, dunque si trova in rapporto strettissimo con il cuore, il centro unificante che abbraccia la sfera affettiva, razionale e volitiva della persona. Ascoltare significa pertanto avere “sapienza e intelligenza” (1 Libro dei Re 3,12), discernimento (“Chi ha orecchio, ascolti ciò che lo Spirito dice alle chiese”: Apocalisse 3,7 ecc.). Come ascoltare la Parola? La spiegazione dalla parabola del seminatore (Marco 4,13-20; Luca 8,11-15) ce lo indica. Occorre saper interiorizzare, altrimenti la Parola resta inefficace e non produce il frutto della fede (Marco 4,15; Luca 8,12); occorre dare tempo all’ascolto, occorre perseverare in esso, altrimenti la Parola resta inefficace e non produce il frutto della saldezza, della fermezza e della profondità della fede personale (Marco 4,16-17; Luca 8,13); occorre lottare contro le tentazioni, contro le altre “parole” e i “messaggi” seducenti della mondanità, altrimenti la Parola viene soffocata, resta infeconda e non perviene a portare il frutto della maturità di fede del credente (Marco 4,18-19; Luca 8,14). E se non vi sarà questo ascolto non vi sarà neppure preghiera!

La preghiera è ascolto. Questa verità della vita cristiana è espressa bene dalla tradizione cristiana quando dice che la preghiera cristiana è ascolto e non parola. Ecco come Gesù ha vissuto la sua preghiera. Il Dio di Israele si rivela innanzitutto come parola e così fa del suo popolo un soggetto in ascolto. L’ascolto è la vocazione permanente del popolo di Israele e quindi di ogni credente. Anche quando la preghiera del credente diventa parola, è sempre una parola seconda, una parola che risponde, che segue la parola che dio stesso ha rivolto al suo popolo. Non a caso la preghiera ebraica e la preghiera di Gesù, è scandita dalla ripetizione dello Shemà Israèl, il testo di Dt 6,4-9, che inizia proprio con il comando dell’ascolto. Così recita quel brano: «Ascolta Israele, il Signore nostro Dio è il Signore Uno. Tu amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutte le tue forze. Questi precetti che oggi ti do ti sia fissi nel cuore. Li ripeterai ai tuoi figli, ne parlerai quando ti troverai in casa, quando camminerai per via, quando ti coricherai e quando ti alzerai. Te li legherai alla mano come u segno, saranno come un pendaglio tra gli occhi e li scriverai sugli stipiti della tua casa e sulle tue porte».

Preghiera strana e singolare questa dello Shemà Israèl, perché nel momento stesso in cui prega il credente è chiamato a capovolgere completamente il suo ruolo di soggetto parlante e viene ricollocato subito in posizione di ascolto. Nell’attimo stesso che inizia a pregare viene ricordato al credente che colui che parla è il Signore. Da tutto questo comprendiamo non solo che l’autentica preghiera nasce e germoglia dove c’è ascolto, ma che se Israele vuole essere credente deve imparare l’ascolto e che la preghiera è innanzitutto ascolto.

Il grande comando dello Shema’ Israel (Deuteronomio 6,4-13), confermato da Gesù come centrale nelle Scritture (Marco 12,28-30), svela che dall’ascolto (“Ascolta, Israele”) nasce la conoscenza di Dio (“Il Signore è uno”) e dalla conoscenza l’amore (“amerai il Signore”). L’ascolto perciò è una matrice generante, è la radice della preghiera e della vita in relazione con il Signore, è il momento aurorale della fede e dunque anche dell’amore e della speranza.

Conclusione. Ascoltare allora si rivela essere un’arte, non una tecnica, e un’arte che esige tutta una vita, un’arte che chiede grande umiltà.