I migranti e noi. Con il Papa, anzi con il Vangelo. Su Il Tirreno l’intervento di don Antonio Cecconi sulla vicenda di don Biancalani

Calci, 23 agosto 201 7 - Don Biancalani, il mio “collega” di Pistoia che porta i migranti in piscina, non sta facendo altro che tradurre in gesti concreti il messaggio che papa Francesco, con largo anticipo, ha preparato per la giornata mondiale del migrante e del rifugiato. La Chiesa la celebra verso la metà di gennaio, nella domenica in cui si legge nel Vangelo che Gesù è profugo in Egitto con Maria e Giuseppe. E d’altra parte papa Francesco non è un figlio di emigranti?

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Il testo papale è impostato su quattro verbi-chiave: accogliere, proteggere, promuovere e integrare. Si tratta di un’ulteriore conferma che l’attenzione della Chiesa per le migrazioni è una storia che viene da lontano, e insieme un’urgenza attualissima per i credenti e per tutti coloro che vogliono restare umani. Attenzione e urgenza non facili né comode, all’interno della stessa Chiesa. Come non lo è fare posto all’altro, accettare di modificare qualcosa del proprio modo di pensare e di vivere, aprirsi a nuove relazioni e quindi disponibilità a relativizzare i propri schemi mentali e comportamenti pratici. Diciamolo francamente: le parrocchie, i conventi e le case religiose non hanno brillato in prontezza quando si è trattato di accogliere i ripetuti appelli papali di aprirsi all’accoglienza. Eppure non mancherebbero ambienti per ospitare, dal momento che il sempre minor numero di preti, frati e suore lascia vuote o sotto-abitate parecchie strutture ecclesiastiche.

Ma questo non è avvenuto dappertutto e non da parte di tutti, una mappa dettagliata dei luoghi di accoglienza mostrerebbe che sono molti i servizi per i migranti e i rifugiati in cui la Chiesa (le Caritas, il volontariato di ispirazione cristiana e un certo numero di parrocchie) si è rimboccata le maniche.

E però resta il fatto che quello del Vangelo è un messaggio scomodo, che sembra nella sostanza dimenticato da tanti che si professano cattolici e subito dopo accampano motivi e pretesti di una chiusura ai migranti che spesso sconfina nell’ostilità o addirittura nel razzismo: salvaguardare la nostra identità, non farci togliere i posti di lavoro, non farci invadere dai terroristi. Addirittura “difendere le radici cristiane”, come se si potesse restare cristiani cancellando dal Vangelo la parabola del samaritano o quel giudizio finale nel quale finiremo in paradiso o all’inferno anche in base all’ospitalità data allo straniero.

Uno slogan ultimamente in voga dice: aiutiamoli a casa loro. Ricorre sulla bocca di politici che dovrebbero sapere che l’Italia, trai paesi occidentali, è il fanalino di coda della cooperazione allo sviluppo. Il problema è che leaders di colori diversi pensano di aumentare il consenso promettendo politiche restrittive in materia di accoglienza.

Ben altro è il pensiero di papa Bergoglio che, citando il predecessore Ratzinger, afferma:
. E d’altra parte non si può far finta di ignorare che quel poco o tanto che esiste, in termini di aiuto ai paesi più poveri, è in gran parte farina del sacco della Chiesa.

Io vedo soprattutto un rischio: che l’atteggiamento di chiusura verso migranti e rifugiati, coltivato nell’indifferenza ai drammi collettivi di intere popolazioni, diventi uno degli aspetti di disgregazione morale e sociale, allargando l’area del sospetto, della paura e dell’intolleranza e restringendo gli spazi dell’altruismo e della solidarietà. Credendo di difenderci, diventeremo più cattivi ed egoisti. Bel risultato!

 don Antonio Cecconi